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Intervista a Roberto Scandiuzzi

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Roberto Scandiuzzi

Andrea Castello: Roberto Scandiuzzi: “basso nobile”, così come viene definito da molti critici e appassionati di Opera lirica. In cosa consiste la sua nobiltà vocale? Spontanea o costruita?
Roberto Scandiuzzi: Ritengo arrivi dall’educazione data al mio uso vocale, alla mia linea di canto e dal colore della voce e dalla particolarità degli armonici, nati con me ma curati minuziosamente nello sviluppo.

 

A. C.: Rotondità perfetta del suono, colore, ma anche espressione assoluta della drammaturgia del testo e quindi del personaggio che si vuole interpretare. Tutti elementi che la distinguono in palcoscenico. Come acquisire queste caratteristiche?
R. S.: Leggendo quello che è scritto, lavorando con un buion orecchio esterno che ti “insegna ad ascoltarti” e… ne va popi del gusto e della sensibilità meglio se supportati da una buona cultura personale.

 

 

A. C.: Quale consiglio da ai giovani interpreti che si apprestano ad avviarsi verso la carriera del cantante e che devono interpretare un personaggio CREDIBILE in palcoscenico?
R. S.: Il consiglio va sempre dato al singolo in base alle sue conoscenze… dispensare luoghi comuni serve a poco e non aiuta. Non è la prima volta che mi capita uno studente con cultura e personalità evoluta e li il confronto può essere di reciproca utilità!!!

 

A. C.: Credo che Verdi sia il suo compositore prediletto, anche forse per il suo modo di comporre musica spesso drammatico, incisivo e maestoso. Quindi, a questo punto, mi viene da chiederle: come definisce la scrittura Verdiana, soprattutto dei personaggi da lei interpretati? Qual è l’elemento aggiuntivo o gli elementi aggiuntivi, che servono per interpretare un ruolo Verdiano?
R. S.: Verdi non me ne voglia, l’autore che preferisco è Mozart ma il mio strumento vocale, per le esigenze/gusto odierni, è più facilmente/preferibilmente adattabile a Verdi per quello che riguarda il repertorio italiano. La scrittura verdiana, per ciò che riguarda la mia corda avrebbe diverse possibilità di definizione, dal primo Verdi a quello più maturo abbiamo un excursus stilistico/vocale rilevante quindi direi che, più che dar definizioni della scrittura verdiana, preferisco asserire che il mio colore e la mia estensione sono più  adatti a quello che viene definito Verdi maturo, in cui Verdi aveva meglio definito la tessitura della voce del basso senza stiracchiarla ibridamente verso il baritono, corda che Verdi gestiva molto meglio per i conosciuti motivi.

 

A. C.: Banquo in Macbeth, Philippe II in Don Carlo o, ancora, Zaccaria in Nabucco e Fiesco in Simon Boccanegra: ruoli primari e che richiedono particolare preparazione e particolari doti vocali che possiamo ascoltare dalla sua voce possente. Eseguire questi ruoli in giovane età, come dai 20 ai 33/34 anni, segno di vero talento, impegno, passione musicale o segno di poca responsabilità verso il proprio strumento vocale?
R. S.: Fermo fermo… non pensare che Ferrando o Sparafucile, se canti come Verdi prevede, possan esser fatti alla Sans Faccon… alla Carlona… nemmeno il Re in Aida può essere cantato bene se non si sa cosa sian accento nel fraseggio e legato!! I ruoli che hai elencato sopra, fatti nel circondario dei miei trent’anni, son stati frutto di uno studiato collage, per alcuni contava un bisogno di energie fresche per arrivar in fondo ed altri… come dire… eran li… pronti… bisognava cominciar a capirli mettendoli in atto. Considera che per metodo, ogni ruolo andava, e va tutt’ora, preso e lavorato alcuni giorni, lasciato riposare settimane e poi ripreso con lo stesso ritmo. Ho sempre avuto bisogno di un anno come minimo per dirigere un ruolo. Quindi anche i più difficili, all’epoca dei Verd’anni miei, potevo contare su un “ragionamento” di mesi e mesi prima di portar un ruolo in palcoscenico.

 

A. C.: Quando un cantante può definirsi come: “Bel Cantista”, Verdiano o Pucciniano?
R. S.: La definizione di appartenenza di una voce ad uno “stile” viene determinato ovviamente dalla capacità di detto strumento (spesso del cervello guida di detto strumento) di attenersi alla linea prevista dall’autore.

…Detto questo, esiste secondo Lei un cantante che può fare “tutto” dal bel canto al verismo? Esiste uno sportivo, un pittore che possa eccellere su qualunque disciplina/stile? … Personalmente  ritengo di no ed il non considerare le proprie doti ed i propri limiti è segno di sconsideratezza spesso avvolta da strati di presunzione. Certo oggi ci sono mille mezzi tecnici a sostegno e questa dà l’illusione di essere capaci di tutto ma…

 

A. C.: Una domanda che faccio a tutti i grandi da me intervistati: un giovane diplomato in canto al conservatorio o comunque un giovane cha abbia avuto la fortuna di interpretare dei ruoli primari in teatro (dai 20 ai 35 anni), può permettersi di insegnare canto o mancano dei tasselli ben importanti come, citandone uno, l’esperienza in gergo chiamata GAVETTA?
R. S.: Ho assistito a lezioni di vecchie glorie infarcite di nozioni incomprensibili e peggio esposte, e vedo studenti preparati e ben guidati da persone dalla carriera semplice ma con grande chiarezza di metodo e capacitò di docenza… Insegnare non è capacità che si acquisisce perché si conosce un’arte, fior d’artisti fan le cose “meccanicamente” per merito di chi gliele ha solidamente inculcate.  Per insegnare, prima della grandezza del proprio “nome” serve la verifica della propria capacità di infondere un metodo che porti al piacere di esprimersi con la propria arte… Bignami: capire se si è capaci di insegnare, meglio passeggiare in riva al lago che far danni!!! … Presunzione del sapere e bla bla bla arrivan gratis da ogni parte.

 

A. C.: Cosa significa per lei avere responsabilità del proprio strumento vocale?
R. S.: Arrivarci sani dopo … per ora … 34 anni di palcoscenico.

 

A. C.: Allenamento quotidiano della voce: eccessivo o giusto?
R. S.: Utile ma soggettivo.

 

A. C.: Qual è secondo lei il miglior allenamento vocale, inteso come vocalizzo ed esercizio respiratorio, da svolgere metodicamente per un cantante?
R. S.: Anche qui soggettivo e va rigorosamente capito man mano che uno strumento matura e poi non tutti i cavalli possono essere ferrati allo stesso modo!!!

 

A. C.: Una domanda prettamente tecnica. La sua voce è stata sempre definita come: ricca di rotondità, armonici, proiezione, insomma ritorniamo ancora alla prima domanda sulla sua “nobiltà espressiva”; secondo Lei il suono dove lo si deve collocare e come si deve preparare nel proprio corpo?
R. S.: Bisogna capire com’è costruito lo strumento che ci si trova davanti… La sagoma per i violini è generalmente unica ma ciò che lo distinguerà viene poi dal studiarlo, lavorarlo e capire le particolarità che ha nei sui legni, per come risponde il timbro nelle verniciature … ehhhhhhh a voglia le cose che ci sono da capire prima di dire “è così e basta”…

 

A. C.: Come prepara i suoi eroi operistici e qual è il personaggio in cui Roberto Scandiuzzi si sente più coinvolto e, naturalmente, perché?
R. S.: Come ho anticipato in un punto precedente: per metodo, ogni ruolo andava, e va tuttora, preso e lavorato alcuni giorni, lasciato riposare settimane e ripreso con lo stesso ritmo finché non si è certi che lo strumento ed il cervello lo hanno assimilato e sono in grado di disegnarlo senza mettere a nudo sforzi, smorfie, atteggiamenti circensi. Non secondo per importanza: leggere ciò che descrive il momento storico, meglio ancora se offre dati del personaggio stesso.
Insomma leggere e visitare siti e ritratti per conoscere ciò che è vero quindi essere più convincenti nel raccontare “la favola”. Anche se oggi capita spesso di dover accettare deformazioni visive e storiche volute dai creatori degli allestimenti che infrangono queste fatiche… ma un ruolo nutrito di conoscenza porta sempre a risultati di maggior rispetto.

 

A. C.: Scala, Metropolitan, Covent Garden, Opera Bastille di Parigi, solo alcuni dei tanti teatri ove lei ha potuto cantare e dove sicuramente potremo risentirla in futuro. Come un cantante si deve preparare a questi grandi teatri? Curioso è poter sapere il prima, il durante ed il dopo, anche come preparazione rivolta ai cantanti che per la prima volta dovessero cantare in questi importanti teatri del mondo.
R. S.: Direi che ad ogni pubblico si porta ciò che si sa fare… il pubblico di un paese non ha miglior diritti o minor meriti di un altro… se si è graditi in un paese non è detto che si sia graditi in un altro, quindi contare su una solida conoscenza professionale e “nuotare ogni sera” dando il meglio possibile… dar campo a tensione e timore per “quel” palcoscenico vuol dire perder la necessaria lucidità per provar a dire il meglio che si ha in quella serata, sapere che non si è macchine e che nemmeno Gesù  Cristo li ha accontentati tutti e fare con coscienza il proprio lavoro.

 

A. C.: Come è cambiato il pubblico dell’opera dagli anni ’80 ad adesso? 
R. S.: TOTALMENTE

 

A. C.: Siamo nel 2012: millennio della tecnologia o meglio super tecnologia avanzata, viaggi spaziali, comfort, l’era dell’I-phone, I-pod, e tutti gli altri “I” possibili. Ma la cultura, in questo caso la cultura del Teatro e della dea Musica, vede sempre meno il sostegno da parte dei “grandi” (se così si possono definire) che detengono il potere, anzi molti affermano in termini grossolani che “la cultura non da mangiare”. Cosa ne pensa in merito?
R. S.: Penso quello che pensano tutti… che se opportunamente impiegata la cultura è una fonte di grande reddito per siti archeologici, musei, biblioteche e quindi anche per i teatri… a voglia… noi siam praticamente un giardino di cultura a volerla e saperla gestire. Ma non mi pare di dire nulla di nuovo.
Ovvio che bisogna saper di cosa si parla per saperlo gestire, il pericolo del malato è il medico non preparato.

 

A. C.: E’ diventato un alibi usare la parola “crisi” per non sostenerla, forse perché un popolo colto può essere pericoloso verso le Istituzioni?
R. S.: Mah… non andrei così sottilmente lontano.
La crisi è davanti ai nostri occhi e quando manca il lavoro la gente non ha voglia ed energie per permettersi svaghi e cultura… quindi un giustificativo lo concedo ma, direi che il problema vero è che si vuol far camminare la macchina con una benzina meno adatta.
Si sacrifica volentieri la qualità del prodotto (palcoscenico) per avere quanto basta per tenere in piedi tutti “gli accessori” della macchina… così pian piano chi si ferma è il motore!!!

 

A. C.: Come possiamo uscire da questo tunnel che ci viene quasi imposto?
R. S.: Curando la qualità vera del prodotto, avendo coraggio di combinare il conduttore della macchina se colpevole di incombenza gestionale peggio se di cattivo uso o sperpero. Non dovrebbe essere così difficile… se ci rendiamo conto che un prodotto vale poco  e non lo mangiamo volentieri, perché dobbiamo accontentarci di far scorpacciate di pseudo opera o parodie della stessa quando con uguale spesa possiamo permetterci un prodotto d’eccezione ma con meno fiocchi inutili.

 

A. C.: Roberto Scandiuzzi: ha un sogno nel cassetto che riguarda la musica e che vorrebbe diventasse realtà? Se si, si può sapere quale?
R. S.:  ANCORA SOGNI !!?? NO, NO, MI SON FELICEMENTE SVEGLIATO DA UN PEZZO !!!
A. C.: Una parola per “Concetto Armonico” e tutte le persone che intendono associarsi per sostenerci e per sostenere la cultura.
R. S.: Seguite Concetto Armonico, lodatelo se vi offre ciò per cui è nato o pizzicatelo se si allontana dal suo concetto originale!!! è il modo migliore per aiutar a crescere un’attività culturale.

 

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Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 15 Novembre 2012 © Concetto Armonico

				
			

Intervista a Bruno de Simone

Bruono de Simone: Leporello, Arena 2012

Andrea CastelloMi viene spontaneo iniziare questa intervista chiedendole: cosa significa per lei la parola “buffo” nel mondo dell’Opera lirica?
Bruno de Simone: “Buffo” è un tipo di artista, che mi piacerebbe non confinare solo all’Opera Lirica e che ha nel suo DNA la capacità di rendere leggero ed ironico qualsiasi testo che abbia a che fare con ciò che discende dalla commedia o, in genere differente, ad essa si riferisca. Pregio e virtù principali di questa tipologia di interprete sarebbe la capacità di arrivare al limite senza mai oltrepassarlo, anche quando diviene buffo “caricato” ( “Geronimo” de Il Matrimonio segreto, ad esempio,…per intendersi) che talvolta arriva di più ad un certo pubblico ma che nulla ha a che vedere con ciò che hanno concepito i grandi musicisti che hanno creato personaggi che nel contesto della trama risultano appartenere al “buffo” ma che hanno nella vena malinconica la vera chiave di lettura. Più che all’effetto ridanciano si dovrebbe mirare a suscitare tenerezza per tener fede a questa figura: il tutto con una vocalità importante che mai indulga al “parlato” e che anzi sappia cantare tutto “seriamente” ivi compreso il sillabato.

 

A. C.: Una carriera brillante fin da quanto lei aveva 22 anni: prestigiosi palcoscenici, eccellenti
direttori d’orchestra, riconoscenze, ecc. Con quale spirito di continuità (data la sua lunga
carriera) intraprende anche oggi la sua attività di cantante? Insomma, il buffo che c’è oggi
è uguale a quello di inizio carriera?
B. de S.: E’ da 32 anni che mi dedico in prevalenza a questo repertorio e non ho mai abbandonato la mia visione interpretativa. Anche se un artista è pur sempre figlio del suo tempo e, quindi, come tale, sia giusto che si aggiorni, credo che l’unica strada percorribile sia quella della fedeltà assoluta alla musica ed al testo, come rispetto del compositore e del librettista: a conferma di ciò, “vivono” le interpretazioni di tanti grandi del passato che risultano attualissime e moderne.

 

A. C.:  Mozart, compositore straordinario che in pochi anni ci ha donato un patrimonio musicale
sublime: come studia Mozart Bruno De Simone? Da quando apre lo spartito a quanto va in
palcoscenico per le prove e recita.
B. de S.: Il metodo di studio che applico alla mia preparazione non differisce gran che da un compositore ad un altro se non per la pertinenza stilistica che io giudico fondamentale: parto sempre dal testo per scegliere un “colore” di voce appropriato, curando in maniera quasi maniacale lo “spelling”: uno dei motivi principali per i quali tanti giovani sono riottosi nell’interessarsi all’opera, a loro stesso dire, è il non comprendere tutte le parole e quindi il senso della scrittura musicale connessa ad esse!

 

A. C.: Mozart, Rossini, Donizetti da una parte Verdi e Puccini dall’altra. Compositori che
compaiono nel Suo vastissimo repertorio. Come affronta le “due schiere”? Naturale che: la
tecnica, la preparazione, lo studio siano i medesimi ma, cosa aggiunge e cosa toglie?
B. de S.:  Pur rispettando la peculiarità di ogni compositore, come dicevo sopra, il metodo è uguale: sono per moderare questa eccessiva “specializzazione” ad un repertorio anzi che ad un altro perché ogni compositore serve ad arricchire il proprio bagaglio tecnico, arma essenziale per la longevità e sviluppo delle proprie possibilità. In effetti sono arrivato a cantare Verdi, Puccini ed anche oltre… perché credo di essere riuscito a trarre giusto profitto dal “cantare” i compositori di epoche precedenti a cominciare dai grandi del ‘700. E se noi guardiamo ai grandi interpreti che abbiano avuto vita lunga, non solo del mio repertorio, constatiamo che hanno frequentato diversi repertori…

 

A. C.:  A lei faccio una domanda molto tecnica e diretta: respiro per la bocca o respiro dal naso? Quali i suoi segreti.
B. de S.: Diciamo che è sempre buona norma igienica inspirare dal naso per due motivi fondamentali: il primo è perché l’aria in entrata, prima di raggiungere la trachea viene “riscaldata” nel transito rino faringeo e quindi non va a raffreddare la gola; ed il secondo, più importante, è che respirando dal naso vi è la certezza che le fosse nasali siano libere e non ostruite. Se così non fosse, si avrebbe allora l’effetto della nasalità della fonazione con una conseguente riduzione degli armonici utilissimi se non fondamentali ad una buona e fisiologica proiezione della voce.

 

A. C.: Un altro segreto che può esserci utile: come si prepara Bruno de Simone prima di una
recita?
B. de S.: Al mattino del giorno di ogni recita faccio un paio di esercizi di respirazione e quattro cinque serie di vocalizzi: è preferibile fare questo al mattino, perché poi, se ben esercitata, la voce risponde molto meglio nel pomeriggio quando comunque uso cantarmi buona parte del mio ruolo.

 

A. C.:  Che vocalità richiede il bel canto? E quindi, parlando di baritoni, un cantante che non sia
Mozartino o Donizettiano, o ancora Rossiniano, quando può dirsi pronto per scegliere e
interpretare un repertorio più lirico?
B. de S.: Il belcanto richiede vocalità “snelle” e che suonino uguali in tutti i registri ed altezze di suono: è solo così che si può ottenere un bel suono che è alla base del “belcanto”. Il problema di oggi è che si passa da un estremo ad un altro e, cioè, da vocalità schiacciate che praticano, ad esempio Rossini, a vocalità larghe che sono ancora il residuo di un modo di cantare appartenuto agli anni ’60 e ’70 in cui si è equivocato il timbro con il colore di una voce e quindi, nella mia corda, ad esempio, si tendeva a scurire artificiosamente il colore quasi che ciò legittimasse a poter accedere ad un repertorio drammatico con risultati discutibili e discontinui. Credo che la scelta di un repertorio dipenda molto dalla tecnica che fino a quel momento hai acquisito, che, a sua volta può essere arricchita ed ampliata dal primo…

 

A. C.:  Il problemi dei baritoni è l’età. La maturazione vocale per un baritono (soprattutto per un
baritono lirico), arriva in età superiore ai trent’anni. Ma attendere i 33/34 anni per
presentarsi ad audizioni o anche concorsi (visto che il limite di età anche per i concorsi
fortunatamente sta salendo) è così sbagliato e poco producente o può essere segno di
intelligenza verso il proprio strumento vocale? Non voglio dire che prima di questa età non
si possano eseguire molti concerti e parti da comprimario per farsi esperienza…, ma non si
può nemmeno eseguire Germont in Traviata o Scarpia in Tosca?
B. de S.: Ho cari colleghi che hanno iniziato in … età matura a studiare canto e, ciò nonostante, sono arrivati ben presto ad intraprendere una carriera eccellente, o, viceversa, ci sono tanti casi in cui si inizia presto, come me, ma che ritengo più rischiosi: la muta della voce si completa sui 27-28 anni, per l’uomo, e sui 25-26 per la donna, circa. Quindi è molto delicato iniziare a cantare ruoli di un certo impegno prima di questo. Direi che non vi è una regola precisa; mi è capitato, in qualcuno dei master-class cui mi dedico talvolta di ascoltare giovani colleghi più che promettenti ma che si erano addirittura diplomati con brani di repertorio assolutamente inadeguato rispetto alle loro caratteristiche, pregi e limiti di quel momento. Dopo aver consigliato loro di affacciarsi ad altro, ne ho constatato i progressi e la maggiore attendibilità. Cioè voglio dire che molte volte… ormai, la scelta di un repertorio viene fatta affidandosi ai limiti tecnici di una voce più che alle sue potenzialità e qualità. Ecco perché nell’arco dello studio ed anche di una carriera bisogna aver a che fare con diversi repertori!

 

A. C.: Lei al termine di una recita in Arena di Verona mi fece una domanda che mi colpì molto,
una domanda intelligentissima che fortunatamente si distingue da tutte le altre che noi
cantanti facciamo dopo una recita al nostro miglior confidente: “Com’è stato il mio
personaggio”? Domanda egregia! Io ora la rivolgo a Lei: Come definisce il suo personaggio
in palcoscenico?
B. de S.:  Ci sono svariate sfaccettature dei personaggi che interpreto e che cerco di valorizzare in egual misura; ma una su tutte ci tengo in particolare che venga fuori ed è l’umanità. Posso riallacciarmi al concetto del buffo: c’è sempre un lato umano in ogni personaggio ma in quelli del buffo, direi, ancor di più, e da/per questo che viene da sorridere, in fondo, perché il nostro carattere è permeato di fragilità ed insicurezza… come chi aggredisce che lo fa essenzialmente per paura…! Ma per fare ciò è indispensabile che pur nello sforzo totale di rendere intelligibile ogni parola, si canti e non si tenda a “parlare” nell’intento di caricare, tentazione che il buon gusto e, ove possibile, il proprio bagaglio culturale dovrebbero tenere alla larga.

 

A. C.: Quanto un baritono come Bruno de Simone dopo circa settanta titoli debuttati, allena la
voce? E se posso, come allena la sua voce o meglio qual è il vocalizzo più adatto per basso
buffo del nostro tempo?
B. de S.:  Ricordo molto bene quello che mi disse Alfredo Kraus con cui ebbi il grande privilegio di cantare: il segreto di una buona e duratura forma vocale è quello di non smettere mai di studiare e, soprattutto, di non considerarsi mai arrivati, ed io aggiungerei che per praticare questo occorre tanta umiltà, dote sempre più desueta… Io cerco di tener fede a questo prezioso consiglio allenandomi spesso. Sui vocalizzi credo che non ce ne siano specifici per ogni categoria vocale ma semplicemente utili o inutili, quando non addirittura dannosi…

 

A. C.:  La lirica di oggi e la lirica di ieri (di qualche anno fa), cosa si sente dire un grande che sta
vivendo questo passaggio a volte drammatico?
B. de S.:  Ritengo questa la domanda più impegnativa di tutte. Non è una sensazione, purtroppo, che ci sia sempre meno voglia di concorrere e gareggiare con le proprie armi e perciò si trascuri sempre più la preparazione constatando i numerosi casi di tanti cantanti che, affidandosi all’uso di armi non … sempre “convenzionali” si presentano ad appuntamenti di ben maggiore impegno rispetto alla propria preparazione. Il dramma è proprio questo, che ci sono tante belle voci ma sfruttate male o anzi tempo da gente di pochi scrupoli: non a caso, sarà molto difficile risalire ad un livello di interpreti quale quello che abbiamo avuto nello scorso decennio, quando i veri grandi avevano dovuto fare una trafila molto dura per arrivare poi ad essere tali.

 

A. C.: Faccio la stessa domanda quasi a tutti i grandi. Vediamo giovani con voci strepitose che
dopo qualche anno di successi dovuti anche all’abbinamento giovane età – voce “grande”,
perdono il loro timbro, sorgono problemi spesso irrisolvibili e, ahimè, si mettono ad
INSEGNARE CANTO. Cosa ne pensa?
B. de S.:  E’ chiaro che diviene un’ esigenza di sopravvivenza rivolgersi alla didattica, se si termina la carriera artistica anzi tempo e, come tale, rispettabile e comprensibile. Non sempre però si riesce a far tesoro della propria esperienza e trasmettere, attraverso i propri errori, opportuni ammonimenti ed insegnamenti che possano beneficiare un giovane alle prime armi: bisogna vedere caso per caso…

 

A. C.: Sbadiglio, palato, sorriso, e chi più ne ha più ne metta, così in due parole se dovesse dire
come si canta, cosa afferma?
B. de S.: Di teoria sul canto lirico e sulla corretta impostazione vocale è stato scritto molto… Garcia in primis! Credo che la respirazione sia il primo tema da approfondire, e poi il conseguente “suono in maschera” , che non richiede particolari sforzi della muscolatura facciale, o della cavità orale, ma è piuttosto legato ad una corretta pronuncia delle vocali e delle consonanti. Ho dedicato molti anni di studio alla ricerca di questo equilibrio, che mi consentisse di cantare senza sforzo, ma permettendo alla voce di sviluppare timbro e sonorità.

 

A. C.: Come costruisce il Suo rapporto con il direttore d’orchestra? Lei ha lavorato e sta
lavorando con i più grandi direttori d’orchestra che naturalmente esigono sempre di più,
oltre che la voce?
B. de S.:  Pur tenendo grande rispetto del direttore d’orchestra, anche quando a dirigermi è una persona amica, uso sempre avere uno scambio di pareri o vedute consono ai differenti ruoli che si occupano. Ho avuto anche significative gratificazioni: a volte, mi è capitato di proporre dettagli musical interpretativi molto diversi da quelli che mi erano stati proposti da grandi bacchette, che poi invece sono stati acquisiti da loro stessi , che si sono anche molto compiaciuti con me!

 

A. C.: Il sogno nel cassetto di Bruno de Simone ancora da realizzare?
B. de S.:  Ci sono vari sogni… Uno su tutti però, che si ritorni a fare musica con lealtà, onestà e professionalità: l’uso di mezzi impropri, ripeto, rischia di macchiare in modo indelebile l’ambiente musicale e teatrale come purtroppo avviene sempre più spesso anche in altri campi. Varrebbe la pena che noi artisti ci riferissimo sempre al pubblico, giudice supremo, anziché cercare alleanze e sostegni pilotati ,talvolta addirittura da agenzie che riescono a condizionare anche il giudizio di critici se loro legati… A parte questo desiderio di ritorno a un’etica… non solo professionale, oltre al continuo ampliamento di repertorio, mi piacerebbe un giorno dirigere un Teatro, dove fare una politica di avvicinamento dei giovani a questa meravigliosa Arte, e di approfondimento di tanti autori, dimostrando che anche con spesa ridotta si può fare ottimo teatro!

 

A. C.:  Una parola per “Concetto Armonico” e per i soci presenti e quelli che si vogliono associare.
B. de S.: Ai cari amici di Concetto Armonico e a chi volesse associarsi, dico innanzi tutto “grazie”!. Questo tipo di iniziative sono fondamentali per sostenere il nostro settore e noi le sentiamo molto vicine, in quanto spontanee e formate da persone libere di giudicare, di esprimere i propri consensi o anche i propri dissensi. Voi avete anche la responsabilità di creare nuovi “adepti” guidandone i gusti ed anche affinando i vostri con confronti continui, comunicando tra di voi. Credo proprio che associarsi voglia dire rendere “attiva” e documentata una passione per una forma espressiva d’arte che, senza sostegni ed interessi adeguati, rischia di passare dalla crisi ad una sorta di agonia. Se assistiamo al proliferarsi di associazioni di appassionati a sport, calcio “in primis”, a maggior ragione dobbiamo auspicare l’incremento di un’associazione come “Concetto Armonico” i cui soci sono legati tra di loro da una passione così nobile come la musica e l’opera che, se condivisa, può senz’altro portare ad un grande arricchimento spirituale e culturale .

Bruono de Simone: Leporello, Arena 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 
03 Settembre 2012 © Concetto Armonico
 

Intervista a Fiorenza Cedolins

Fiorenza Cedolins

Andrea Castello: Qual’è la lettura che, una grande come Fiorenza Cedolins dà allo spartito prima di “aggiungere” la voce?
Fiorenza Cedolins: La preparazione che precede la fase cosiddetta del “mettere in gola” la parte è fondamentale: lettura musicale perfetta, raccomando sempre ai mie allievi di conoscere già la parte quasi a memoria prima di cominciare a cantarla, e documentazione storica, letteraria, stilistica di spartito, libretto, compositore e librettista al fine di maturare una propria originale idea interpretativa supportata da ragioni culturalmente valide.

 

A. C.:  Qual’è il suo consiglio che dà ai giovani cantanti che devono debuttare un ruolo, primario o comprimario che sia?
F. C.: Di essere perfettamente preparati, senza “sconti”, ed inappuntabili professionisti. Oggi, un’ottima preparazione musicale ed attoriale valgono forse più di una voce grande. Il modo di fare teatro è cambiato e ciò che si chiede è di essere straordinari sotto tutti gli aspetti, non solo di possedere uno strumento baciato da Dio. Dunque: pronti, disciplinati e professionali. I “divismi” ed i capricci possono ancora valere in alcuni teatri ma in generale sono ben poco tollerati e comunque si pagano…..

 

A. C.:  Quanto sono fondamentali i vocalizzi prima di uno spettacolo ma, anche, come allenamento giornaliero? Qualcuno afferma che i vocalizzi sono superflui e stancano solo la voce, cosa ne pensa?
F. C.: Stupidaggini! Il vocalizzo va fatto bene, con il cervello, strumento principale del cantante!
Ovvio che se la tecnica è approssimativa, istintiva e sostanzialmente fortunosa, il vocalizzo stanca, perchè non c’è attenzione né controllo, quindi l’emissione è ancor più scorretta che in fase di esecuzione, dove almeno l’adrenalina sopperisce alla mancanza di appoggio tipica delle voci mal impostate. Inoltre l’emissione forzata di chi non conosce la tecnica, stanca la voce , mentre il “cantar sul fiato”, finalità ultima dello studio tecnico, migliora con l’esercizio, ammorbidendo la voce, rendendola robusta senza mai forzare.

 

A. C.:  Lei non ha cantato Mozart ma ugualmente è diventata una grande interprete affermata. Allora, alla luce di questo, non è vero che per diventare un interprete affermato o comunque un bravo cantante bisogna assolutamente “passare” per Mozart?
F. C.:  Non ho mai cantato Mozart ma l’ho studiato e molto a fondo. E’ estremamente formativo. La mia esperienza mi porta a dire che, per il repertorio italiano, sia piuttosto fondamentale lo studio del Belcanto.

 

A. C.: Puccini: eleganza, raffinatezza, grande passione ed amore ma, anche, grande orchestrazione. Quando consiglia agli interpreti emergenti di eseguire Puccini? E soprattutto come cantare Puccini?

F. C.: In presenza di voci abbondanti , ricche di armonici, di estrema sensibilità soggettiva, direi che Puccini è molto consigliato. Il problema di Puccini sono le frasi in canto sfogato, dove l’appoggio è enorme e la gola molto larga. Per questo ci vuole una predisposizione naturale, non tutti gli strumenti reggono questo tipo di lavoro. Ma non va frainteso: non tutto lo spartito si canta così! Ci sono intere scene dove si deve anche saper cantare “leggero” , morbido e sul fiato, altrimenti non si regge fino alla fine dell’opera, penso specialmente a Butterfly…

 

A. C.:  Puccini come tutti sappiamo, scrive tutte le annotazione sullo spartito. Quale libertà di interpretazione può concedersi un cantante nei diversi ruoli Pucciniani?
F. C.:  Rispettando la scrittura? Massima! Fantasia!!! Nuove idee, sottotesto originale!

 

A. C.: Giovani cantanti che, magari pur avendo belle voci e buona preparazione, non emergono e che si permettono di insegnare canto. Scelta astuta o poco rispettosa verso i grandi o nella peggior delle ipotesi “ultimo stadio”?
F. C.: La mia grande fortuna all’inizio è stato non aver soldi da spendere per le lezioni di canto! Se non si è più che sicuri di affidarsi a buone mani, consiglio piuttosto l’ascolto comparato dei grandi cantanti, ma -attenzione- solo di esecuzioni dal vivo e di registrazioni rigorosamente “live”. La miglior cosa è l’ascolto dal vivo. Per me è stato fondamentale essere entrata a 21anni nel coro del Teatro Verdi di Trieste, dove ho potuto ascoltare grandi cantanti da pochi centimetri di distanza e poi tutta la successiva esperienza fatta in palcoscenico, prima in coro, i piccoli ruoli, poi i grandi ruoli in provincia ecc… Insieme a ciò, registratevi, dal fondo della sala, in ambienti con poco riverbero e non nascondetevi dietro scuse…. Affrontate i vostri problemi vocali e musicali con intelligenza, coraggio e determinazione. Da tutte le voci si possono trarre esecuzioni gradevoli.

 

A. C.: A volte si sentono giovani cantanti uscire dal conservatorio anche con voti altissimi, ma la voce completamente rovinata e che devono iniziare nuovamente un percorso di studi per ricostruirsi una tecnica vocale e, nel peggior dei casi, per curarsi la corda. Che ne pensa di tutto ciò?
F. C.:  Non ho frequentato il conservatorio…, il problema è l’inadeguatezza delle retribuzioni all’interno delle strutture pubbliche… Ovviamente chi sa insegnare molto bene, preferisce lavorare come libero professionista….A parte rare eccezioni naturalmente.

 

A. C.:  “Tecnica vocale”, due semplici parole ma con enormi contenuti e responsabilità, sia per il maestro di canto che per l’allievo. Come può definire Lei la sua tecnica oggi che, la sua carriera è affermata? E quale consiglio rivolge ai giovani studenti di canto, così da rafforzare il loro studio?
F. C.:  La mia tecnica mi permette di eseguire opere che vanno da Bellini a Cilea, da Mozart a Strauss. Non smetto mai di perfezionarmi e di cercare la migliore resa vocale interpretativa. Questo è il mio segreto…

 

A. C.:  Fiorenza Cedolins, una carriera straordinaria segnata anche da alcuni dispiaceri. Ma, lasciando i dispiaceri alle spalle visto che si sono risolti in pieno, qual è ora il suo sogno o anche la sua opera “nel cassetto”?
F. C.: Dispiaceri che , come sempre nella mia vita, mi hanno reso più forte, consapevole e matura. Esperienza positiva! Sto preparando alcuni debutti: Lucrezia Borgia, Lohengrin e La Forza del Destino.

 

A. C.: Fiorenza Cedolins, una donna dalla carriera affermata. In quale ruolo da Lei interpretato si riconosce maggiormente?
F. C.: La donna che stimo di più è Adriana Lecouvreur, ma in realtà c’è molto di me in ognuna delle mie grandi eroine, non potrebbe essere diversamente perchè non canto personaggi che non amo

 

A. C.: Poter dare il proprio parere, o consiglio, o comunque esprimere una critica utile alla propria esecuzione canora al direttore d’orchestra: decisione difficile da prendere e spesso improduttiva o segno di professionalità ed amore per la musica?
F. C.: Se si è musicisti entrambi, di grande sensibilità e di buona volontà, ci si capisce senza molti discorsi….

 

A. C.: La critica. A volte i critici si soffermano su dei minimi particolari vocali imperfetti che possono derivare da: una serata di stanchezza in cui la corda ne risente, un minimo di distrazione, una regia difficile. Il critico deve criticare, lo sappiamo, ma secondo Lei è giusto dire che un bravo critico debba proporre anche delle soluzioni o meglio impostare in modo costruttivo il suo commento?
F. C.: Alla fine non siamo delle macchine, ma delle persone umane e, come tutte le persone umane, abbiamo dei giorni sì e dei giorni no.
Anche i critici…. Rispetto l’opinione dei critici anche quando non sono d’accordo: si espongono nel pubblicare le loro opinioni quanto ci esponiamo noi nel cantare. Come nell’Arte ci sono i grandi, le copie e le brutte copie.

 

A. C.:  Un saluto a “Concetto Armonico”…..
F. C.: L’Armonia è il massimo grado di conoscenza a cui l’Uomo e soprattutto l’Artista dovrebbe tendere! Speriamo di raggiungerla tutti!

 

Fiorenza Cedolins

Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 
21 Agosto 2012 © Concetto Armonico
 

Intervista a Silvana Moyso

Silvana Moyso

Andera Castello: Silvana Moyso, come si vuole descrivere in poche parole nel 2012?
Silvana Moyso: In poche parole sento che ho ancora molto da dare. Mi sento un’artista che si è molto preparata, che ha molto studiato e studia ancora, e non mi sono mai sentita arrivata. Vorrei ancora il palcoscenico e mi è stata offerta una Vedova Allegra nel 2013 guarda caso nell’anno dei miei 40 anni di carriera. Ho debuttato protagonista di Puritani il 28 settembre 1973 al Teatro Nuovo di Milano.

A.C.: Con il passare degli anni e quindi con il consolidamento della sua esperienza artistica, quali cambiamenti positivi e negativi, ha notato nel mondo del teatro inteso come organizzazione interna: cast, scelta del repertorio, ecc..?
S.M.: Onestamente non ho notato dei cambiamenti positivi, ma piuttosto un deterioramento dovuto al divulgarsi di incompetenza. Il potere è stato affidato a persone ricche di titoli di studio non inerenti all’arte, che non possono comprendere nulla di canto, teatro e tradizione. Si aggiunge alla lista lo squallore della televisione che ha creato soltanto una gran confusione, proponendo falsi modelli di artisti quasi amatoriali o fai da te. Infine le diseducative trasmissioni dei bambini che scimmiottano gli adulti plagiando gli ascoltatori. Un ennesimo esempio di mezzo di comunicazione usato per creare business sulla pelle altrui.

A.C.: La scelta dell’insegnante di canto è fondamentale anche perché può incidere sul futuro professionale di una persona e, soprattutto, sulla formazione ed educazione della sua corda vocale; quando Lei insegna canto ad un ad un allievo cosa prova e quali domande si pone, data la grande responsabilità?
S.M.: Quando insegno, provo un grande senso di responsabilità, a volte anche troppo materno. Dal primo momento m’immedesimo nelle possibilità della creatura che ho di fronte. Mi chiedo se potrà affrontare il suo futuro con il canto o comunque con la musica. Molto spesso e con la massima delicatezza possibile, cerco di affrontare l’argomento con l’allievo stesso. È necessario che sia consapevole di quello che dovrà sicuramente affrontare oltre lo studio.

A.C.: Molti giovani cantanti debuttano in teatro, magari in un ruolo primario, e subito diventano “artisti affermati” limitando in primis lo studio con il proprio insegnante. Lei come insegnante, ma anche come cantante, che opinione e soprattutto che consiglio ha per questi “cantanti” che magari con un ruolo si credono “arrivati”?
S.M.: L’opinione mia è dimostrata dagli innumerevoli avvenimenti che ho vissuto in questi 40 anni di carriera. La maggior parte degli artisti e dei cantanti che hanno studiato male o troppo poco, non sono sopravvissuti in questa giungla. Potrei fare un elenco di nomi con denaro e conoscenze che avrebbero potuto strapagare maestri disgraziati e agenti assassini. La verità in ogni caso si scolpisce a sipario aperto con ruoli molto impegnativi; l’edificio di conoscenze politiche, soldi e raccomandazioni crolla inesorabilmente.

A.C.: Ricevere dei NO insegna a migliorarsi, a continuare con più tenacia approfondendo i propri limiti e trovare una soluzione anche e soprattutto attraverso lo studio; dire dei NO è segno di responsabilità e professionalità soprattutto quando ci vengono proposti dei ruoli in età prematura per la nostra corda vocale oppure un repertorio che non ci appartiene. Lei come descrive i NO che ha ricevuto (se ci sono stati) e i NO che ha dovuto dire?
S.M.: I “NO” che ho ricevuto riguardavano spesso dei ruoli prima offerti e poi soffiati da raggiri di agenzie e direttori artistici che promettevano senza mantenere. Io ho dovuto dire qualche “NO” in vista di ruoli completamente fuori dalla mia vocalità e dal repertorio. Ho constatato che mi sono stati offerti perché io rifiutassi potendo così affermare “La Moyso non è disponibile”. In una delle tante, un agente rifiutò dieci recite di Traviata nel circolo dei teatri emiliani dicendo che ero impegnata. Venni a conoscenza del fatto soltanto anni dopo.

A.C.: Secondo Lei è fondamentale che un cantante per essere formato “in toto” e quindi iniziare una carriera debba assolutamente saper cantare Bellini, Mozart e Donizzetti?
S.M.: Di “assolutamente” non c’è nulla per iniziare la carriera. Con qualunque ruolo, piccolo o grande che sia, l’importante è continuare a studiare. Sono dell’idea che i tre autori citati nella domanda siano importantissimi, specialmente Bellini. Ha scritto delle arie deliziose dove impari il legato, il fraseggio (il bel canto), e il “Sig.” Recitativo. Non sono dello stesso parere per Mozart, poiché per cantare questo autore con il giusto approccio vocale e di stile è necessario aver già imparato a cantare. Ecco un esempio: l’arietta da camera “Vaga luna” di Bellini la si può cantare nei “primi passi”, ma non è così per “Voi che sapete” o altre arie di Mozart che sembrano innocenti, ma ti mettono con le spalle al muro. Il nostro Gaetano Donizzetti è geniale, e ci propone una vasta gamma di repertorio sul quale condurre i “primi passi”. Dalle arie da camera in napoletano antico per esempio; non siamo obbligati a cercarci dei guai con la Anna Bolena. Vorrei ricordare fieramente il nostro Rossini, semplicemente meraviglioso, ci mette a disposizione “chilometri” di agilità per studiare. Una buona dose di tecnica di virtuosismi fa bene a tutti e insegna a pronunciare. Infine io la amo, la consiglio e non la trascuro, si chiama: “Opera Francese”.

A.C.: Da insegnante di canto, con esperienza in materia e sicuramente una gavetta che ha consolidato le proprie conoscenze, che reazione ha vedendo alcuni giovani cantanti che non giungendo al successo si riciclano come “insegnanti di canto”?
S.M.: Ringrazio per la domanda questa è un’altra nota dolente, anzi un “cluster”. Tutti “insegnano” canto, la maggior parte non sono cantanti, a volte strumentisti e a volte neppure musicisti. Esistono musicologi, giornalisti, semplici ma intestarditi appassionati d’opera che si lanciano in nuove teorie sul canto rovinando molti ragazzi. Bisognerebbe denunciarli, ad ogni angolo ci sono corali guidate da rovinavoci che fanno “lezione” di canto. È un autentico flagello. Altro terreno minato è quello dei foniatri: attenzione a chi si sceglie. Una mia amica li ha chiamati fognatri, poiché infognano il cervello oltre alla voce. Ringrazio Dio e i miei maestri per avermi insegnato veramente bene e tanto. Grazie a una grande scuola non ho avuto bisogno di questi “illustri” fac-simili “maestri”. Un po’ di colpa è anche degli studenti di canto. Dovrebbero cercare referenze sulla persona cui affidano la loro voce, sia sul piano umano che artistico. La prova del nove è uscire dalla lezione di canto con la voglia di cantare e se si è entrati con mal di gola, sentire sollievo dopo aver cantato. Cantare fa bene alla mente e al corpo, non deve mai diventare una sofferenza o un tormento, altrimenti meglio cambiar lavoro o cambiar maestro.

A.C.: Come descrive e soprattutto cosa si può fare secondo Lei, per questa crisi che compromette la cultura del nostro paese, in questo caso la cultura musicale? Vede un futuro per i giovani che vogliono intraprendere questa strada impegnativa e piena di sacrifici?
S.M.: Ne parlo spesso con Eva Mei di questa crisi di cultura musicale. Siamo in pochi che vogliamo combattere. Si possono fare tante cose, ma è sempre una questione di volontariato, tanta fatica e tante parole spese. Credo che i giovani tenaci e di talento riusciranno sempre a farsi una strada. Non credo nelle polemiche, tanto gira e rigira, si passa da una malattia a una crisi a una guerra, insomma la storia ha il suo ritornello. L’unica cantilena che ha sempre suonato incessantemente è l’allegro motivetto del “non ci sono soldi” più raffinatamente detto “ci sono i tagli”. I soldi sono stati orrendamente sprecati e rubati lo sappiamo, e i sacrifici sono sempre stati chiesti alle stesse persone. Su questo punto avrei molto da dire, i miei allievi ne sono al corrente. A proposito di sacrifici: quando si ama una professione come questa, i sacrifici non si sentono poiché mutano in amore.

A.C.: Parlando della Sua carriera: qual è il personaggio che più Le appartiene e quale invece non Le piaceva? Nel secondo caso: come può superare un cantante il dover affrontare una parte adatta alla propria corda vocale ma, inadatta alla propria interpretazione?
S.M.: Il personaggio che ho amato e che amo di più tuttora è Violetta. È il personaggio che mi ha fatto decidere di cantare, le violette sono anche i miei fiori preferiti insieme al profumo. Non mi piaceva e non mi piace tutt’ora il ruolo di Micaela perché amo Carmen. Non mi piace Mimì perché non amo le gatte morte in generale. Preferisco Musetta, e mi fa innervosire Desdemona già leggendo Shakespeare, grande maestro nello scuotere le menti e gli animi. Si può cantare e interpretare anche un personaggio che non si ama, è nostro dovere studiarlo ancora di più proprio perché si fatica a digerirlo psicologicamente. Personalmente ne ho interpretati molti.

A.C.: Cosa della Sua esperienza in teatro e sicuramente dei Suoi sacrifici vuole trasmettere ai Suoi allievi?
S.M.: Voglio trasmettere una cosa soltanto: amare la strada che si è scelta incondizionatamente, non cedere mai, così i sacrifici non pesano. Fare un passo alla volta e non guardare la cima della montagna.

A.C.: Alcuni insegnanti di canto presso i conservatori a volte confondono la vera identità vocale dell’allievo oppure, nel peggiore dei casi, al primo acuto ben fatto del giovane studente, impongono di studiare parti (arie addirittura ruoli) che potrebbero compromettere la “salute” della corda vocale, essendo adatte ad una voce più matura e con una tecnica ben consolidata. Come insegnante di conservatorio quali consigli si sente di dire a questi colleghi che, ultimamente troppo spesso rovinano la voce del giovane?
S.M.: Il tempo in conservatorio è poco, ma consiglio ai miei colleghi di insistere sulla tecnica con grande pazienza e successivamente sull’eccellenza delle esecuzioni. Come sempre non si può fare un regola per tutti, io mi adeguo persona per persona, è qui che entrano in gioco le capacità psicologiche dell’insegnante di canto. La cosa più difficile e più importante è riconoscere la vocalità dell’allievo per poter assegnare un repertorio. Molto difficile, perché oggi gli allievi arrivano spesso e volentieri con un repertorio e le loro idee, “freschi di YouTube” o armati di mp3 e cuffiette. Quasi tutti hanno difficoltà col solfeggio e le idee confuse, balzano da “O sole mio” a Turandot. Purtroppo in conservatorio le ore dedicate al canto sono pochissime. Abbiamo dodici ore la settimana per dodici allievi e occorrerebbero almeno due ore per allievo alla settimana, ma questo passa il convento da Roma. Ci sono stati tempi in cui avevamo fino a sedici allievi per classe. Ora con il triennio i ragazzi sono sconvolti da giornate e pomeriggi interi dedicati ad altre discipline. Il discorso sarebbe lungo, complicato e delicato. Ci vorrebbero anni di vocalizzi e di studi calmi e accurati, in modo da abituare lo strumento senza stress ad affrontare la resistenza necessaria. Pensate alle ballerine, non cominciano dalle punte, nemmeno i pianisti cominciano da Rachmaninoff, e così via. Questo è il mio pensiero, ma in conservatorio manca il tempo per un accurato e calmo lavoro minuzioso. I programmi sono pesanti, ed estenuanti soprattutto con il nuovo ordinamento. Credo che dall’alto dell’ignoranza collettiva si sia voluto livellare tutto, ricordo la storica risposta “Ma di lavoro cosa fai?” alla ben nota affermazione “Io sono un cantante lirico”.

A.C.: Quali sono i suoi prossimi impegni?
S.M.: Continuerò a studiare per mantenermi in forma per poter fare degli esempi vocali di buon livello ai miei studenti. Il canto è psicologia e imitazione. Finché potrò non c’è miglior scuola che sentire cantar bene, intonati, con un bel fraseggio e con una sentita interpretazione di alto livello artistico. Altri impegni sono concerti, master e la mia preparazione per la futura Vedova Allegra che più che allegra sarà “matura”.

 

Silvana Moyso

Silvana Moyso ha studiato con Bettina Lupo ed ha completato gli studi musicali al conservatorio di Torino con il massimo dei voti. Successivamente, si è perfezionata per tre anni a Milano con Elvira Rodriguez de Hidalgo (maestra della Callas). Ha vinto numerosi concorsi nazionali e internazionali, ricordiamo: ENAL di Palermo 1972, ASLICO-Spoleto 1973, primo assoluto internazionale Peschiera del Garda(1973 voci pucciniane), Viotti 1973 primo premio internazionale, RAI-TV 1974 (Voci liriche dal mondo) primo premio internazionale quale specialista per la musica francese, Genova 1975 “Voci nuove per la lirica” primo premio.
Ha debuttato protagonista ne “I Puritani” di Bellini al Teatro Nuovo di Milano diretta da Bruno Rigacci il 28 settembre 1973. Da allora ha cantato ruoli da protagonista debuttando in oltre settanta opere nei più prestigiosi enti lirici italiani ed europei: Teatro Verdi di Parma “Bohéme” ’74 dir. Masini, Regio di Torino “Carmen” dir. Maag ’75-’76, Regio Di Torino Fauré e Debussy dir. A. Gavazzeni, (attività protratta fino alla recente “Vedova allegra” diretta da Peter Maag).Ricordiamo inoltre la “Bohéme” dir. Rinaldi ’75-’76 all’Opera di Roma, al Teatro di Bordeaux “Italiana in Algeri”,nel ’75-’76 la Scala di Milano con“Le vin herbé” dir. Müller ‘77, lo Sferisterio di Macerata con “Assassinio nella cattedrale” dir. Masini ‘78, Amsterdam e Rotterdam “La traviata” ’79 (tourneé di 30 recite in Germania), San Carlo di Napoli e Verdi di Trieste “Cenerentola” dir. Ferro ‘80-‘82,la Deustche Opera di Berlino con la “Bohéme” dir. Patané ‘82, ICC di Berlino “La traviata” dir, Guadagno ’82, Opera di Montecarlo “Anna Bolena” ‘86; inoltre fra i ruoli più noti ricordiamo “Trovatore” “Pagliacci” e “Tosca” nei grandi teatri di tradizione. Ha cantato sotto la guida di illustri maestri tra cui ricordiamo da G. Gavazzeni, Molinari Pradelli,Peter Maag, Maurizio Arena, Ferro, Rivoli, Chailly fino a Daniel Oren. Ha inciso per la RAI-TV Italiana, Svizzera, Tedesca, Francese e per la Fonit Cetra. Per oltre 10 anni ha cantato in duo, recitals con il maestro Roberto Cognazzo in Italia ed Europa. Vastissimo il repertorio di musica da camera e sacra preparato ed eseguito nelle lingue originali. Interprete eccellente di operetta al Verdi di Trieste in“Scugnizza”, “Vedova allegra” regia di Gino Landi trasmesse dalla TV Italiana. È stata insignita di numerose onorificenze tra cui ricordiamo “Il chiostro d’argento” Catania (’88) con S. Gazzelloni e A. Protti.
Attualmente ricopre la cattedra di canto al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino e collabora nell’insegnamento con illustri colleghi quali, Mirella Freni, Alessandro Corbelli ed Eva Mei.
Giorgio Gualerzi su “L’opera” (febbraio 2000 n. 137) l’ha ricordata tra le migliori vocaliste del Belcanto-Renaissance. Rodolfo Celletti, recensendo un suo disco, ha affermato che i cantanti piemontesi sono pochi, ma se non ci fossero bisognerebbe inventarli.

 

Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 
16 febbraio 2012 © Concetto Armonico
 

Intervista a Simona Marchini

Simona Marchini

Con grande piacere ho potuto intervistare una grande attrice Italiana che stimo moltissimo per il suo modo di fare spettacolo, ancora genuino e soprattutto professionale. Simona, nutre una passione per l’opera lirica che mi affascina, soprattutto per la sua sensibilità verso ques’arte. Un personaggio carismatico che insegna: insegna l’arte dell’artista…un incrocio di parole che se riflettiamo sono molto ricche di significato. Ogni incontro con la signora Marchini è per me un’istruzione sul significato delle parole: professionalità, serietà, ma soprattutto ARTE VERA!!!!

Andrea Castello: La prima cosa che Le viene da dire quando sente la parola “musica” ?
Simona Marchini: Gioia, luce del cuore, calore. La musica dovrebbe accompagnare la vita di tutti, dall’infanzia. È un dono che non tradisce mai.

A. C.: Quali sono secondo lei, gli ingredienti fondamentali per la carriera di un’artista? In questo caso un’artista che “faccia” musica (cantante, strumentista, ballerino, direttore, ecc ecc)?
S. M.: Talento, volontà e umiltà. Il professionismo è prima di tutto un modo di essere, un comportamento etico. Poi diventa acquisizione di strumenti specifici.

A. C.Una vera padronanza del palcoscenico, come la si può raggiungere?
S. M.:  Solo “facendo” teatro. Senza la pratica asidua non si è mai padroni del palcoscenico. Perciò sarebbe importante cominciare a esercitarla da bambini, a scuola. Se si è dotati, il resto viene di conseguenza, in caso contrario ci si è arricchiti di una grande esperienza di vita.

A. C.: Come nasce la sua passione per la lirica?
S. M.:  Dall’infanzia. Mia madre mi cantava “un bel dì vedremo” quando avevo due anni e io cantavo l’aria con grande partecipazione. Con papà mi avventuravo nel duetto di Rigoletto “Gilda- mio padre” una passione totale!

A. C.Che differenze c’è tra la vita del “fare televisione” e “fare teatro”, visto che lei ha esperienza in entrambe le cose?
S. M.:  La televisione in diretta mi ha insegnato i “tempi” e l’improvvisazione senza rete. È un mezzo formidabile di comunicazione…. se fosse in buone mani!

A. C.:  Che contributo possono dare gli artisti, a questa grande crisi che sta imperversando sul nostro paese toccando soprattutto il ramo culturale?
S. M.:  Gli artisti hanno la responsabilità di essere “modello” di comportamento e d’opinione. Dal linguaggio all’abito tutto fa “esempio”. Sappiamo che 25 anni e più di televisione di basso profilo hanno distrutto culturalmente e moralmente il paese. Non avevamo mai visto livelli così deprimente…. in tutti i sensi!
Gli artisti, tutti, devono farsi carico della “testimonianza”. Più cuore e meno protagonismo!

A. C. Il suo consiglio ed il suo saluto a “Concetto Armonico” e tutte le persone che prenderanno parte di questa associazione?
S. M.:  Non abbandonare mai la responsabilità verso se stessi e gli altri di difendere la bellezza in tutte le sue forme e di proteggere chi viene dopo di noi con la forza del cuore e delle speranze “giuste”. Coraggio! La bellezza salverà il mondo!

 

Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 
2 dicembre 2011 © Concetto Armonico