Il medico della voce artistica

Approccio umanistico e tecnica specialistica devono incontrarsi continuamente

di Alfonso Gianluca Gucciardo


In un’èra in cui il rapporto medico-paziente si è, sempre più, contrattualizzato è difficile proporre nuovamente l’empatia nella relazione bidirezionale tra sanitario e assistito.
È, però, dimostrato che il malato/cliente desidera/desidererebbe avere con il sanitario un rapporto di confidenza e di reciprocità di ajuto che meriti la (e si fondi sulla) fiducia.
L’artista non è, in genere, assimilabile all’utente comune: va oltre gli schemi grazie anche alla speciale intelligenza e alle intuizioni; segue più le sensazioni, le emozioni e il cuore che non le regole della maggioranza e vuole un sanitario “all’antica” cui presentare non l’elenco dei sintomi perché sia tradotto in parole e prescrizioni ma il suo essere fragile e insieme forte.
L’artista vuole un medico deciso ma non falso.
Artista e medico sono troppo simili e, paradossalmente, differenti per non capirsi, cercarsi, legarsi, amarsi. Forse è per questo che da sempre tanti clinici sono stati grandi poeti, letterati, musicisti: la memoria va, per esempio, al grande Maestro Sinopoli.
L’artista cerca il dottore che sappia prendersi cura di lui e quindi, contestualmente, curarlo. In cambio gli offre fiducia e stima ma soprattutto la sua arte sincera, viva, vibrante. Il più delle volte, del resto, presso il clinico dell’arte vocale si recano individui che non hanno né patologie oggettivabili né psicopatologie eppure hanno disfonie singolari. Sono la maggioranza dei nostri utenti; in essi soltanto un medico colto, sensibile, paziente e attento può centrare l’obiettivo di curare qualcosa che non c’è nell’evidenza anche se con altrettanta evidenza è, paradossalmente, invece, presente.
Non si può visitare frettolosamente, in pochi minuti: spesso non basta un’ora intera per decriptare il soggetto che ci si offre attraverso la sua voce (attori, cantanti), il suo movimento performativo (cantanti-ballerini) o la sua obiettività anatomica spesso incredibilmente intatta.
L’artista desidera clinici che colgano il suo sentire, le sue emozioni così intr-usive e talora ab-usive, medici che comprendano l’oggettivamente incomprensibile: per esempio, come dietro a una difficoltà nel realizzare un filato possa anche nascondersi la paura, il senso di solitudine, la ferita del padre assente o della madre soffocante, la tragedia del “non esistere” all’interno della propria famiglia mentre per tutti si è “familiari”.
È molto difficile, però, operare in tal senso: significa mettersi continuamente in discussione, voler guardare dentro (in-tueri =intus-ire =in-tu-ire)1, entrare nelle problematiche e non soltanto demandarne la gestione ad altri; significa, per il medico, vivere di arte facendo della propria attività un’arte che coniughi le arti.
Si scopre soltanto così quanto complesso sia il mondo dei performers, che troppi dicono di conoscere e di essere capaci di gestire (quanti sono i medici e i riabilitatori che, almeno in Italia, si professano «specializzati per gli artisti»!?); si scopre soltanto così come essi siano spesso in equilibrî globali instabili, come vogliano e insieme non vogliano essere scoperti, come amino che li si aduli ma, nel frattempo, come desiderino – indipendentemente dal loro sesso morfo- e/o psicotipico – presenze forti e maschili nella loro vita sovente priva proprio di queste esperienze. Si troverà anche quanto sia rischioso lavorare in tal direzione: ci si espone così tanto che, alla fine, si può essere anche trascinati nella depressione più scura o in dinamiche di esaltazione, innamoramento, attaccamento o in entrambe le situazioni, tutte difficili da gestire serenamente.
Forse per questo è molto più difficile essere medico piuttosto che farlo.
Il cliente, in quanto uomo, è finanche troppo complesso e miracolosamente unico perché si pensi che a gestirne l’integrità possano essere prescrizioni studiate in base a medie e statistiche, quand’anche serie e degne di attenzione. Esistono, del resto, lacune grandi nel mondo dell’Evidence Based Medicine: per esempio il non volersi rendere conto – ma per fortuna le cose stanno cambiando – che molte delle cosiddette medicine alternative o complementari, in realtà, hanno effetti e risultati ottimali quanto o più delle cosiddette tradizionali.
L’artista non chiede le prove di efficacia di un farmaco ma che il sanitario lo curi davvero, in scienza e coscienza; vuole un mago che lo seduca, lo incanti, lo ammalii, lo affranchi dal peso dell’esserci e lo riporti alla serenità dell’eden verso cui, spesso, l’arte non è che via di transito e che l’arte incarna in sé.
Curare in scienza e coscienza. L’artista desidera che ci si prenda cura di lui con onestà, complicità e caparbietà perché è difficile lavorare con e per lui. Bisogna essere perspicaci, intuitivi e, appunto, caparbî. Non è, per esempio, per nulla facile (o, anche in tal caso, del tutto dimostrabile stroboscopicamente o spettrograficamente) individuare, “carpire”, quali connessioni intime, esulanti appunto dall’EBM ma verissime, possano esistere tra patologie cordali aspecifiche e patologie uterine.
L’EBM non riesce a venire in ajuto per spiegare questa connessione ma neanche, tra l’altro, o almeno non del tutto, come soggetti con disfonie soffiate soltanto in certi momenti del giorno, senza danni organici e senza giustificazioni ambientali o di altra natura (cause psicotipiche comprese), tornino d’emblée a non accusare alcun problema quando il vocojatra li tocchi (non li manipoli, li contatti o li massaggi ma li tocchi).
Il toccare in medicina sfugge alle regole e alle logiche dell’evidenza eppure è taumaturgico in molti più casi di quelli immaginabili. Bisogna, forse, cambiare, metaforicamente, le lenti dei proprî occhiali. La medicina senza l’uomo è medicina senza colonna vertebrale. Toccare una persona con sensibilità e tatto – con il suo consenso e nel rispetto della prossemica personale e gruppale nonché filogenetica – è, soprattutto per l’artista, motivo di auto-riconoscimento, manovra che autorizza il “vedersi” e il “sentirsi” in quanto essere sessuale (nell’accezione vera) attraverso il contatto dell’altro.
In questa società del terzo millennio nella quale spesso si vive nascondendosi dietro maschere che ci ajutino soprattutto a impedire a noi stessi che l’inconscio e le rimozioni riaffiorino, essere toccati è sì un rischio di scatenamento di dis-equilibrî ma, se ajutati da un clinico (tutti dovrebbero essere formati a ciò), può liberare/libertificare il soggetto che non sceglierà più l’arte come fuga, come oppio o anestetico ma come vita, luogo della serenità possibile, regno della gioja.

 

1 Intuire: ‘guardare dentro’ (in-tueri), ‘andare dentro’ (intus-ire), ‘adire il tu’ (in-tu-ire). Talvolta, prima che una EBM, evidence based medicine (acronimo che rimanda al concetto di medicina fondata su dati oggettivi e ripetibili; nel mondo occidentale, l’unica considerata galilejanamente valida e deontologicamente corretta sì da poter essere usata sui pazienti), servirebbe proprio una IBM, una intuition based medicine, una ‘medicina fondata sull’intuito’.

 

Bibliografia essenziale
Il testo è parte del lavoro:
Gucciardo A. G., Quale medico per l’artista della voce. Nella e oltre la Evidence Based Medicine, in: F. Fussi (ed.), La voce del cantante – VI volume, Omega Edizioni, Torino 2010, 229-233.
Si rimanda anche a:
Gucciardo A. G., Voce e sessualità, Omega, Torino 2007
Gucciardo A. G., Toccare e contattare in medicina della voce. Prossemica ed empatia, guarigione e trauma in foniatria e logopedia, Libreria Cortina, Torino 2010

 

Medico specialista in voce artistica, Alfonso Gianluca Gucciardo, fondatore del CEIMArs (Centro italiano interdisciplinare di Medicina dell’Arte) e Membro Associato della Faculty of 1000 (settore Vocologia), è docente di “Medicina dell’Arte” in Conservatorio e ha accreditamenti in Italia e all’estero.
Per lui, la medicina dell’arte, disciplina che in Italia è ancora orfana di una Scuola specifica, non è soltanto il “corrispettivo” della medicina dello sport pensata per gli artisti, ma anche e soprattutto l’arte di quei medici che, da clinici e insieme umanisti, sappiano affiancarsi all’artista di qualsiasi disciplina (danza, canto, musica, circo etc) con il fine di aiutarlo nella crescita fisica, psicologica e globale.

 

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