Interviste

Ritratto di Serena Lazzarini

È una vita dettata dalla passione per la musica e per il sensibile che ci circonda quella di Serena Lazzarini, mezzosoprano tra i più ricercati nel primo decennio degli anni novanta, lanciatissima da un concorso Callas (quello storico organizzato dalla Rai nel 1990) che vinse grazie alla calda pastosità del suo timbro e che la proiettò istantaneamente sui palcoscenici internazionali portandola a collaborare con i più grandi artisti e direttori d’orchestra, un percorso interrotto da gravi problemi di salute che la costrinsero, nel 1998, ad abbandonare la sua promettente carriera, per poi riprenderla in questi ultimi anni.
La incontriamo a Vicenza dove il 5 Gennaio scorso si è esibita nel Santuario di Monte Berico in un concerto organizzato dall’Associazione Concetto Armonico e ciò che ci colpisce immediatamente è la sua grande energia, unita ad una profonda professionalità che, apparentemente per nulla provata dai disagi di una lunga malattia, emerge cristallina, lucida e non offuscata da sterili rimpianti o sbiaditi ricordi.
Debuttò nel 1984 in un piccolo ruolo al teatro Sociale di Rovigo – sua città natale con cui mantiene un stretto legale affettivo – sotto la regia di Giorgio Albertazzi. Certamente il fatto di essere una musicista (ha studiato pianoforte, organo e composizione organistica), di aver collaborato con grandi personalità del teatro musicale (Riccardo Chailly, Maurizio Arena, Myung-whun Chung, Massimo De Bernard, per citarne solo alcuni) e di aver dovuto affrontare un forte choc che di fatto la strappava da tutto ciò che aveva costruito, concorre a creare un ritratto vivido ed immediato della forte personalità dell’artista, del modo di far musica in quel periodo e delle equilibrate e sinergiche connessioni che si creavano in palcoscenico. Grazie a queste esperienze musicali e di vita, la Sig.ra Lazzarini ha trovato quella forza, dignità e gioia che trasmette quando parla della sua carriera e dei progetti che la vedranno impegnata in futuro.
Ciò che la riporta al canto ed a Vicenza (ospite d’onore del concerto “Note di Natale” organizzato dal Festival “Vicenza in Lirica” al santuario di Monte Berico insieme all’Orchestra Giovanile Vicentina diretta da Michele Sguotti e Mariano Doria ed il coro I Cantori di Santomio) è il profondo legame affettivo con il direttore artistico Andrea Castello unito al desiderio di sperimentare la sua vocalità in un repertorio diverso da quello affrontato agli inizi della sua carriera, che la vedeva impegnata nei ruoli più popolari della tradizione (da Azucena alla Principessa di Bouillon) e che si affaccia al Barocco e alla musica da camera.
Dalle dirette ed empatiche parole dell’artista si coglie il suo pensiero dal quale si evince che nulla può essere disgiunto da ciò che profondamente viviamo, in quanto il nostro benessere e la nostra natura influiscono sempre e comunque sulla costruzione di una tecnica, mai intesa come forzatura, ma come naturale emanazione dello spirito.
Ora impegnata anche sotto il profilo didattico: sua principale cura è quella infatti di cercare di creare con ciascun allievo un discorso omogeneo e rilassato atto a rimuovere eventuali durezze ed ostacoli tecnici attraverso un lavoro musicalmente rigoroso e professionale.
Abilissima comunicatrice, donna colta, sensibile e semplice, la sua sembrerebbe oggi figura ideale anche per comunicare con quella giovane platea, presente e curiosa che più che di conferenze illustrative necessiterebbe forse di dialoghi aperti e diretti che, ne siamo certi, anche il pubblico più tradizionalmente inteso certo non disdegnerebbe, sarebbe davvero una boccata d’aria, d’energia e grinta ed il teatro ne ha tanto bisogno!

 

Silvia Campana

Intervista al soprano Amarilli Nizza

Amarilli Nizza, Madame Butterfly, Teatro Maestranza Siviglia
Amarilli Nizza, Madame Butterfly, Teatro Maestranza Siviglia

di Eva Purelli

 

 

Eva Purelli:  In Veneto a Vicenza è già stata per ricevere il     Premio intitolato a Marcella Pobbe. E a Verona è spesso applaudita e celebrata interprete di allestimenti areniani. Ora ritorna a Vicenza su invito dell’associazione Concetto Armonico.

Qualcuno può ritenere che privilegi…il Veneto rispetto ad altre regioni d’Italia…

Ma esiste qualche luogo dove lei non è mai stata? E dove invece vorrebbe cantare?

Amarilli Nizza: “Onestamente devo dire che amo cantare in quei luoghi dove incontro professionalità e amore per l’Arte. E il Veneto è di sicuro in cima alla classifica! Io mi sento inoltre particolarmente legata al pubblico veneto che da sempre è tanto caloroso ed affettuoso con me. La “macchina organizzativa” dell’Arena di Verona e della Fenice di Venezia mi entusiasmano e rimango ammirata nel vedere come in un momento di grande crisi internazionale questi due Teatri continuino in una ammirevole operazione di prestigio, managerialità e competenza a produrre molto, proponendo spettacoli di grande interesse e riscontrando il gradimento del pubblico. Mi sento poi particolarmente legata al pubblico veneto perché ricordo bene la mia “prima” Aida a Rovigo. Era il 2001: l’entusiasmo e l’affetto che il pubblico mi dimostrava ad ogni recita sono ancora vive nel ricordo dentro di me. E poi, un forte legame di affetto reciproco mi lega al pubblico veronese. Insomma: per me è fondamentale che prevalga l’aspetto umano nelle scelte che faccio, piuttosto che il calcolo o le convenienze legate alla carriera”.

 

E.P:  Che rinunce deve fare oggi una grande cantante lirica rispetto all’Ottocento?

A.N.: “Immagino, minori! Quando sento la parola rinunce penso subito alla famiglia e oggi  per fortuna è davvero più semplice mantenere i legami familiari vivi, grazie ad una progredita e capillare tecnologia. Gli strumenti di comunicazione moderni ci consentono di vedere i nostri cari magari su skype, oppure di rimanere in contatto vivendo da un capo all’altro del mondo. Nell’Ottocento quando si affrontavano lunghe tourneé si poteva rimanere fuori casa anche per sei mesi, lasciando a casa i figli. Ecco, per me questo sarebbe stato inconcepibile ed insopportabile!”

 

E.P.: Tutti i suoi fans e gli amanti del belcanto in genere la apprezzano non solo per le sue doti canore e da grande interprete ma anche per la sua splendida forma fisica. Presta attenzione alla cura del suo corpo? Va in palestra? Segue dei regimi dietetici particolari?

A.N.: “Purtroppo non mi dedico molto al corpo anche se per tutta la vita ho fatto dello sport agonistico. Poi è nato mio figlio e ho abbandonato ogni velleità sportiva. Dovrei trovare il tempo per mettermi a fare un po’ di movimento, ma forse è soprattutto la voglia che mi manca, anche perché quando si smette inevitabilmente si diventa pigri e io ho smesso ormai da 16 anni! Quanto alla dieta, no. Non faccio diete perché ho bisogno di molta energia per cantare, però sono molto attenta ad eliminare tanti alimenti che possono provocare acidità a livello gastrico (per tenere a bada una gastrite che mi tormenta da anni) ed interferire con la mia salute vocale”.

 

E.P.: Insomma: esistono dei cibi e dei comportamenti-no per chi deve fare questo meraviglioso mestiere?

A.N.: “Questo mestiere per me è una disciplina ed è quindi importantissimo essere sempre rigorosi. Dormire, fare tanti esercizi vocali e respiratori, non fumare, non bere. Insomma, alla fine noi cantanti siamo come gli atleti!

 

E.P.: Il binomio genio-sregolatezza in questo campo non paga, vero?

A.N.: “Secondo me no. Ma ognuno deve fare ciò che sente dentro di se’. E non amo dare giudizi sul prossimo…!”

 

E.P.: Attualmente in che allestimenti è impegnata?

A.N.: “Sto per tornare a Venezia per riprendere la Madama Butterfly che ho fatto lo scorso anno”.

 

E.P.: Affronterebbe ora un titolo dal repertorio di musica moderna, contemporanea, o del Novecento storico?

A.N.:  “Canto già così tante cose che non ne aggiungerei troppe. Sto studiando per il prossimo anno “Goyescas” di Granados e Andrea Chenier. E poi ho già cantato ‘Francesca da Rimini’, “ i Cavalieri di Ekubù”, “Il Tabarro”. Più modernità di  questa…!! Trovo veramente che siano delle opere geniali!

Amarilli Nizza, Suor Angelica
Amarilli Nizza, Suor Angelica

E.P.: Scelga un ruolo (uno solo) con cui vuole essere ricordata.

A.N.: “Suor Angelica”.

 

E.P.: Che consigli si sente di dare ad un giovane che intraprende questo lavoro?

A.N.: “Consiglio di studiare, studiare, studiare e poi ancora studiare. La solidità tecnica è da mettere al primo posto, insieme ad un grande spirito di sacrificio e di abnegazione”.

 

E.P.: Ci sono dei progetti, magari oltre al canto, che vorrebbe un domani affrontare e ai quali dedicarsi con l’aiuto della sua esperienza?

A.N.: “In realtà sono sempre piena di progetti e di idee in testa. Prima di cantare ho frequentato la facoltà di Psicologia all’Università ‘La Sapienza’ e ho fatto i lavori più svariati per mantenermi agli studi. Dal ‘back-office’ in un albergo alla “Restaurant-manager”, alla segretaria di una società di basket, al dirigente-addetto agli arbitri”.

 

E.P.: Se non avesse scelto la carriera lirica cosa avrebbe fatto?

A.N.: “Avrei continuato in qualche attività di quelle prima menzionate”.

 

Amarilli Nizza, Nabucco, Oper Leipzig
Amarilli Nizza, Nabucco, Oper Leipzig

E.P.: Cosa ne pensa di quei cantanti che nonostante l’età… continuano a solcare i palcoscenici?

A.N.:  “Mi ripeto un po’, ma non amo davvero dare dei giudizi.Ognuno deve fare ciò che sente nell’animo. Tutti noi siamo guidati da una voce interiore che c’impone una scelta piuttosto che un’altra o che ci dice quando cominciare un’attività o quando è il momento di dedicarsi ad altro. Talvolta può capitare che non ascoltiamo la nostra voce ma se rimanere sul palco fa stare bene una persona, allora credo che possa rimanerci tranquillamente!”.

                                                                                         

E.P.: Cosa augura a questa nuova associazione, Concetto Armonico, composta da giovani entusiasti e che amano così tanto la Lirica?

“ Auguro naturalmente un futuro brillante e prospero, nonostante tutte le difficoltà del momento e auguro di non smettere mai i sperare e di  credere”.

 

Intervista al tenore divino Frate Alessandro

di Eva Purelli*

Eva Purelli: La sua simpatia è immediata, spontanea, come il sorriso franco che sa conquistare chiunque, assieme alla gioia di stare assieme, a tavola, raccontando spassose barzellette. E la serenità dello sguardo racconta di una pace interiore conquistata dopo una complicata ricerca (come lo fu per San Francesco). Frate Alessandro Giacomo Brustenghi, nato a Perugia il 21 aprile 1978 è stato catapultato in breve tempo dalla pace serafica della storica Porziuncola di San Francesco e dalla Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli in Assisi (dove prese i voti nell’Ordine dei Frati Minori nel settembre 2009)al mondo luccicante dello show-business discografico. Il suo disco “Frate Alessandro La voce di Assisi” ha venduto centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo, è rimasto al primo posto della parade in Inghilterra, dove lo scorso ottobre il tenore umbro era di casa nei mitici studi di registrazione di Abbey Road. Dopo di allora, un disco d’oro in Italia, in Francia e un successo crescente in Spagna, America, Australia. Passaggi televisivi, interviste, libri.
Ci racconti una giornata-tipo di Frate Alessandro, prima che divenisse famoso. E dopo.

Frate Alessandro: Non è cambiato in sostanza nulla, come prima faccio servizio in Santuario e in portineria, e la scansione della mia giornata è uguale a quella dei miei fratelli: sveglia alle 6,30, Lodi, Messa, preghiere comunitarie. La novità è che due giorni la settimana insegno canto, in Convento, ai fratelli e agli esterni. A ciò si aggiungono gli impegni dei miei concerti, le interviste, gli incontri per le organizzazioni, i momenti dedicati all’ascolto di chiunque abbia problemi o voglia confidarsi (anche se non sono Direttore spirituale).

E. P.: Riesce a trovare il tempo anche per lo studio?

F. A.: In Convento, magari dopo cena, ho per fortuna un luogo isolato. Io dormo poco, dalle 3 alle 5 ore e per rilassarmi faccio il falegname, restaurando harmonium; il lavoro manuale rieduca e riequilibria la mia passione, perché la musica è interna ma implica enorme impegno di concentrazione.

E. P.: E’ definito un tenore divino, ma che studi ha fatto, terreni…?

F. A.: A 9 anni mi sono iscritto al Conservatorio di Perugia per studiare organo elettronico, poi mi sono rivolto ad organo e composizione e infine alla classe di canto. Devo tutto a Gabriella Rossi, mia professoressa di canto, con lei mi sono diplomato e nel frattempo ho studiato Teologia ed entravo ed uscivo dal Convento! La qualità della voce è naturale ma il risultato è frutto di tanto studio, che continua.

E. P.: Sembra che il diavolo la tenti con la fama, la ricchezza…ora che è cosi popolare.

F. A.: Anche lavando i piatti in Convento puoi avere le identiche tentazioni per giocarti l’eternità. Ringrazio invece Dio che col canto realizza di più la mia vocazione. Il canto è una totale esperienza spirituale”.

E. P.: I suoi modelli nel canto quali sono?

F. A.: Cerco di imparare da ciascuno, il segreto è essere se’ stessi: più sei originale e più sai trasmettere con sincerità.

E. P.: Cosa teme di più: perdere la fede o la voce?

F. A.: Quando morirò la voce la perderò, per la Fede, non penso di averne così tanta…!

E. P.: Cosa pensa delle chitarre rock a Messa?

F. A.: La musica sacra e liturgica ha i caratteri della santità, della vera arte e dell’universalità, purtroppo tutti lo hanno scordato. Perciò l’Eucarestia non è uno scherzo ed è necessaria la distinzione fra il profano. A volte mi chiedono di cantare brani operistici, a Messa. Io ho sempre rifiutato. La liturgia col Gregoriano, l’opera e la musica moderna si possono fare a parte, in concerto.

E. P.: Lei ha un sito, è in Facebook e twitta…non è ‘troppo’ moderno?

F. A.: I Social network sono mezzi di comunicazione, non di conoscenza. Trattiamoli per quello che sono, altrimenti rischiano di illudere e poi deludere!

E. P.: Cosa la soddisfa alla fine di ogni suo concerto?

F. A.: Mi commuove la bellezza della gente venuta ad ascoltarmi. E’ come se davanti avessi la storia di ciascuno. La musica ci fa unire, gli applausi ringraziano me, ma io non posso che applaudire e ringraziare Dio”

E. P.: Conosceva Vicenza? E il M° Fracasso e gli artisti che hanno lavorato con lei in concerto?

F. A.: Ero venuto per la Fiera Koiné in aprile, ho visto un po’ il centro, molto bello. E’ stato entusiasmante lavorare per la prima volta con il Maestro e con il suo Coro, con la pianista Carta e con il soprano Casarotto. La forza di questi nuovi incontri è la condivisione (anche in umanità) della meraviglia della bellezza della musica.

 

(intervista realizzata in occasione del concerto benefico: “Frate Alessandro – Laudato Sii” svoltosi domenica 14 luglio 2013 nella Chiesa di Santa Corona all’interno degli eventi di “Vicenza in Lirica 2013”)

Intervista a Roberto Scandiuzzi

https://i2.wp.com/concettoarmonico.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/scandiuzzi.jpg?resize=336%2C334&ssl=1
Roberto Scandiuzzi

Andrea Castello: Roberto Scandiuzzi: “basso nobile”, così come viene definito da molti critici e appassionati di Opera lirica. In cosa consiste la sua nobiltà vocale? Spontanea o costruita?
Roberto Scandiuzzi: Ritengo arrivi dall’educazione data al mio uso vocale, alla mia linea di canto e dal colore della voce e dalla particolarità degli armonici, nati con me ma curati minuziosamente nello sviluppo.

 

A. C.: Rotondità perfetta del suono, colore, ma anche espressione assoluta della drammaturgia del testo e quindi del personaggio che si vuole interpretare. Tutti elementi che la distinguono in palcoscenico. Come acquisire queste caratteristiche?
R. S.: Leggendo quello che è scritto, lavorando con un buion orecchio esterno che ti “insegna ad ascoltarti” e… ne va popi del gusto e della sensibilità meglio se supportati da una buona cultura personale.

 

 

A. C.: Quale consiglio da ai giovani interpreti che si apprestano ad avviarsi verso la carriera del cantante e che devono interpretare un personaggio CREDIBILE in palcoscenico?
R. S.: Il consiglio va sempre dato al singolo in base alle sue conoscenze… dispensare luoghi comuni serve a poco e non aiuta. Non è la prima volta che mi capita uno studente con cultura e personalità evoluta e li il confronto può essere di reciproca utilità!!!

 

A. C.: Credo che Verdi sia il suo compositore prediletto, anche forse per il suo modo di comporre musica spesso drammatico, incisivo e maestoso. Quindi, a questo punto, mi viene da chiederle: come definisce la scrittura Verdiana, soprattutto dei personaggi da lei interpretati? Qual è l’elemento aggiuntivo o gli elementi aggiuntivi, che servono per interpretare un ruolo Verdiano?
R. S.: Verdi non me ne voglia, l’autore che preferisco è Mozart ma il mio strumento vocale, per le esigenze/gusto odierni, è più facilmente/preferibilmente adattabile a Verdi per quello che riguarda il repertorio italiano. La scrittura verdiana, per ciò che riguarda la mia corda avrebbe diverse possibilità di definizione, dal primo Verdi a quello più maturo abbiamo un excursus stilistico/vocale rilevante quindi direi che, più che dar definizioni della scrittura verdiana, preferisco asserire che il mio colore e la mia estensione sono più  adatti a quello che viene definito Verdi maturo, in cui Verdi aveva meglio definito la tessitura della voce del basso senza stiracchiarla ibridamente verso il baritono, corda che Verdi gestiva molto meglio per i conosciuti motivi.

 

A. C.: Banquo in Macbeth, Philippe II in Don Carlo o, ancora, Zaccaria in Nabucco e Fiesco in Simon Boccanegra: ruoli primari e che richiedono particolare preparazione e particolari doti vocali che possiamo ascoltare dalla sua voce possente. Eseguire questi ruoli in giovane età, come dai 20 ai 33/34 anni, segno di vero talento, impegno, passione musicale o segno di poca responsabilità verso il proprio strumento vocale?
R. S.: Fermo fermo… non pensare che Ferrando o Sparafucile, se canti come Verdi prevede, possan esser fatti alla Sans Faccon… alla Carlona… nemmeno il Re in Aida può essere cantato bene se non si sa cosa sian accento nel fraseggio e legato!! I ruoli che hai elencato sopra, fatti nel circondario dei miei trent’anni, son stati frutto di uno studiato collage, per alcuni contava un bisogno di energie fresche per arrivar in fondo ed altri… come dire… eran li… pronti… bisognava cominciar a capirli mettendoli in atto. Considera che per metodo, ogni ruolo andava, e va tutt’ora, preso e lavorato alcuni giorni, lasciato riposare settimane e poi ripreso con lo stesso ritmo. Ho sempre avuto bisogno di un anno come minimo per dirigere un ruolo. Quindi anche i più difficili, all’epoca dei Verd’anni miei, potevo contare su un “ragionamento” di mesi e mesi prima di portar un ruolo in palcoscenico.

 

A. C.: Quando un cantante può definirsi come: “Bel Cantista”, Verdiano o Pucciniano?
R. S.: La definizione di appartenenza di una voce ad uno “stile” viene determinato ovviamente dalla capacità di detto strumento (spesso del cervello guida di detto strumento) di attenersi alla linea prevista dall’autore.

…Detto questo, esiste secondo Lei un cantante che può fare “tutto” dal bel canto al verismo? Esiste uno sportivo, un pittore che possa eccellere su qualunque disciplina/stile? … Personalmente  ritengo di no ed il non considerare le proprie doti ed i propri limiti è segno di sconsideratezza spesso avvolta da strati di presunzione. Certo oggi ci sono mille mezzi tecnici a sostegno e questa dà l’illusione di essere capaci di tutto ma…

 

A. C.: Una domanda che faccio a tutti i grandi da me intervistati: un giovane diplomato in canto al conservatorio o comunque un giovane cha abbia avuto la fortuna di interpretare dei ruoli primari in teatro (dai 20 ai 35 anni), può permettersi di insegnare canto o mancano dei tasselli ben importanti come, citandone uno, l’esperienza in gergo chiamata GAVETTA?
R. S.: Ho assistito a lezioni di vecchie glorie infarcite di nozioni incomprensibili e peggio esposte, e vedo studenti preparati e ben guidati da persone dalla carriera semplice ma con grande chiarezza di metodo e capacitò di docenza… Insegnare non è capacità che si acquisisce perché si conosce un’arte, fior d’artisti fan le cose “meccanicamente” per merito di chi gliele ha solidamente inculcate.  Per insegnare, prima della grandezza del proprio “nome” serve la verifica della propria capacità di infondere un metodo che porti al piacere di esprimersi con la propria arte… Bignami: capire se si è capaci di insegnare, meglio passeggiare in riva al lago che far danni!!! … Presunzione del sapere e bla bla bla arrivan gratis da ogni parte.

 

A. C.: Cosa significa per lei avere responsabilità del proprio strumento vocale?
R. S.: Arrivarci sani dopo … per ora … 34 anni di palcoscenico.

 

A. C.: Allenamento quotidiano della voce: eccessivo o giusto?
R. S.: Utile ma soggettivo.

 

A. C.: Qual è secondo lei il miglior allenamento vocale, inteso come vocalizzo ed esercizio respiratorio, da svolgere metodicamente per un cantante?
R. S.: Anche qui soggettivo e va rigorosamente capito man mano che uno strumento matura e poi non tutti i cavalli possono essere ferrati allo stesso modo!!!

 

A. C.: Una domanda prettamente tecnica. La sua voce è stata sempre definita come: ricca di rotondità, armonici, proiezione, insomma ritorniamo ancora alla prima domanda sulla sua “nobiltà espressiva”; secondo Lei il suono dove lo si deve collocare e come si deve preparare nel proprio corpo?
R. S.: Bisogna capire com’è costruito lo strumento che ci si trova davanti… La sagoma per i violini è generalmente unica ma ciò che lo distinguerà viene poi dal studiarlo, lavorarlo e capire le particolarità che ha nei sui legni, per come risponde il timbro nelle verniciature … ehhhhhhh a voglia le cose che ci sono da capire prima di dire “è così e basta”…

 

A. C.: Come prepara i suoi eroi operistici e qual è il personaggio in cui Roberto Scandiuzzi si sente più coinvolto e, naturalmente, perché?
R. S.: Come ho anticipato in un punto precedente: per metodo, ogni ruolo andava, e va tuttora, preso e lavorato alcuni giorni, lasciato riposare settimane e ripreso con lo stesso ritmo finché non si è certi che lo strumento ed il cervello lo hanno assimilato e sono in grado di disegnarlo senza mettere a nudo sforzi, smorfie, atteggiamenti circensi. Non secondo per importanza: leggere ciò che descrive il momento storico, meglio ancora se offre dati del personaggio stesso.
Insomma leggere e visitare siti e ritratti per conoscere ciò che è vero quindi essere più convincenti nel raccontare “la favola”. Anche se oggi capita spesso di dover accettare deformazioni visive e storiche volute dai creatori degli allestimenti che infrangono queste fatiche… ma un ruolo nutrito di conoscenza porta sempre a risultati di maggior rispetto.

 

A. C.: Scala, Metropolitan, Covent Garden, Opera Bastille di Parigi, solo alcuni dei tanti teatri ove lei ha potuto cantare e dove sicuramente potremo risentirla in futuro. Come un cantante si deve preparare a questi grandi teatri? Curioso è poter sapere il prima, il durante ed il dopo, anche come preparazione rivolta ai cantanti che per la prima volta dovessero cantare in questi importanti teatri del mondo.
R. S.: Direi che ad ogni pubblico si porta ciò che si sa fare… il pubblico di un paese non ha miglior diritti o minor meriti di un altro… se si è graditi in un paese non è detto che si sia graditi in un altro, quindi contare su una solida conoscenza professionale e “nuotare ogni sera” dando il meglio possibile… dar campo a tensione e timore per “quel” palcoscenico vuol dire perder la necessaria lucidità per provar a dire il meglio che si ha in quella serata, sapere che non si è macchine e che nemmeno Gesù  Cristo li ha accontentati tutti e fare con coscienza il proprio lavoro.

 

A. C.: Come è cambiato il pubblico dell’opera dagli anni ’80 ad adesso? 
R. S.: TOTALMENTE

 

A. C.: Siamo nel 2012: millennio della tecnologia o meglio super tecnologia avanzata, viaggi spaziali, comfort, l’era dell’I-phone, I-pod, e tutti gli altri “I” possibili. Ma la cultura, in questo caso la cultura del Teatro e della dea Musica, vede sempre meno il sostegno da parte dei “grandi” (se così si possono definire) che detengono il potere, anzi molti affermano in termini grossolani che “la cultura non da mangiare”. Cosa ne pensa in merito?
R. S.: Penso quello che pensano tutti… che se opportunamente impiegata la cultura è una fonte di grande reddito per siti archeologici, musei, biblioteche e quindi anche per i teatri… a voglia… noi siam praticamente un giardino di cultura a volerla e saperla gestire. Ma non mi pare di dire nulla di nuovo.
Ovvio che bisogna saper di cosa si parla per saperlo gestire, il pericolo del malato è il medico non preparato.

 

A. C.: E’ diventato un alibi usare la parola “crisi” per non sostenerla, forse perché un popolo colto può essere pericoloso verso le Istituzioni?
R. S.: Mah… non andrei così sottilmente lontano.
La crisi è davanti ai nostri occhi e quando manca il lavoro la gente non ha voglia ed energie per permettersi svaghi e cultura… quindi un giustificativo lo concedo ma, direi che il problema vero è che si vuol far camminare la macchina con una benzina meno adatta.
Si sacrifica volentieri la qualità del prodotto (palcoscenico) per avere quanto basta per tenere in piedi tutti “gli accessori” della macchina… così pian piano chi si ferma è il motore!!!

 

A. C.: Come possiamo uscire da questo tunnel che ci viene quasi imposto?
R. S.: Curando la qualità vera del prodotto, avendo coraggio di combinare il conduttore della macchina se colpevole di incombenza gestionale peggio se di cattivo uso o sperpero. Non dovrebbe essere così difficile… se ci rendiamo conto che un prodotto vale poco  e non lo mangiamo volentieri, perché dobbiamo accontentarci di far scorpacciate di pseudo opera o parodie della stessa quando con uguale spesa possiamo permetterci un prodotto d’eccezione ma con meno fiocchi inutili.

 

A. C.: Roberto Scandiuzzi: ha un sogno nel cassetto che riguarda la musica e che vorrebbe diventasse realtà? Se si, si può sapere quale?
R. S.:  ANCORA SOGNI !!?? NO, NO, MI SON FELICEMENTE SVEGLIATO DA UN PEZZO !!!
A. C.: Una parola per “Concetto Armonico” e tutte le persone che intendono associarsi per sostenerci e per sostenere la cultura.
R. S.: Seguite Concetto Armonico, lodatelo se vi offre ciò per cui è nato o pizzicatelo se si allontana dal suo concetto originale!!! è il modo migliore per aiutar a crescere un’attività culturale.

 

https://i2.wp.com/concettoarmonico.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/11/scandiuzzi2.jpg?resize=324%2C479&ssl=1

 

Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 15 Novembre 2012 © Concetto Armonico

				
			

Intervista a Bruno de Simone

Bruono de Simone: Leporello, Arena 2012

Andrea CastelloMi viene spontaneo iniziare questa intervista chiedendole: cosa significa per lei la parola “buffo” nel mondo dell’Opera lirica?
Bruno de Simone: “Buffo” è un tipo di artista, che mi piacerebbe non confinare solo all’Opera Lirica e che ha nel suo DNA la capacità di rendere leggero ed ironico qualsiasi testo che abbia a che fare con ciò che discende dalla commedia o, in genere differente, ad essa si riferisca. Pregio e virtù principali di questa tipologia di interprete sarebbe la capacità di arrivare al limite senza mai oltrepassarlo, anche quando diviene buffo “caricato” ( “Geronimo” de Il Matrimonio segreto, ad esempio,…per intendersi) che talvolta arriva di più ad un certo pubblico ma che nulla ha a che vedere con ciò che hanno concepito i grandi musicisti che hanno creato personaggi che nel contesto della trama risultano appartenere al “buffo” ma che hanno nella vena malinconica la vera chiave di lettura. Più che all’effetto ridanciano si dovrebbe mirare a suscitare tenerezza per tener fede a questa figura: il tutto con una vocalità importante che mai indulga al “parlato” e che anzi sappia cantare tutto “seriamente” ivi compreso il sillabato.

 

A. C.: Una carriera brillante fin da quanto lei aveva 22 anni: prestigiosi palcoscenici, eccellenti
direttori d’orchestra, riconoscenze, ecc. Con quale spirito di continuità (data la sua lunga
carriera) intraprende anche oggi la sua attività di cantante? Insomma, il buffo che c’è oggi
è uguale a quello di inizio carriera?
B. de S.: E’ da 32 anni che mi dedico in prevalenza a questo repertorio e non ho mai abbandonato la mia visione interpretativa. Anche se un artista è pur sempre figlio del suo tempo e, quindi, come tale, sia giusto che si aggiorni, credo che l’unica strada percorribile sia quella della fedeltà assoluta alla musica ed al testo, come rispetto del compositore e del librettista: a conferma di ciò, “vivono” le interpretazioni di tanti grandi del passato che risultano attualissime e moderne.

 

A. C.:  Mozart, compositore straordinario che in pochi anni ci ha donato un patrimonio musicale
sublime: come studia Mozart Bruno De Simone? Da quando apre lo spartito a quanto va in
palcoscenico per le prove e recita.
B. de S.: Il metodo di studio che applico alla mia preparazione non differisce gran che da un compositore ad un altro se non per la pertinenza stilistica che io giudico fondamentale: parto sempre dal testo per scegliere un “colore” di voce appropriato, curando in maniera quasi maniacale lo “spelling”: uno dei motivi principali per i quali tanti giovani sono riottosi nell’interessarsi all’opera, a loro stesso dire, è il non comprendere tutte le parole e quindi il senso della scrittura musicale connessa ad esse!

 

A. C.: Mozart, Rossini, Donizetti da una parte Verdi e Puccini dall’altra. Compositori che
compaiono nel Suo vastissimo repertorio. Come affronta le “due schiere”? Naturale che: la
tecnica, la preparazione, lo studio siano i medesimi ma, cosa aggiunge e cosa toglie?
B. de S.:  Pur rispettando la peculiarità di ogni compositore, come dicevo sopra, il metodo è uguale: sono per moderare questa eccessiva “specializzazione” ad un repertorio anzi che ad un altro perché ogni compositore serve ad arricchire il proprio bagaglio tecnico, arma essenziale per la longevità e sviluppo delle proprie possibilità. In effetti sono arrivato a cantare Verdi, Puccini ed anche oltre… perché credo di essere riuscito a trarre giusto profitto dal “cantare” i compositori di epoche precedenti a cominciare dai grandi del ‘700. E se noi guardiamo ai grandi interpreti che abbiano avuto vita lunga, non solo del mio repertorio, constatiamo che hanno frequentato diversi repertori…

 

A. C.:  A lei faccio una domanda molto tecnica e diretta: respiro per la bocca o respiro dal naso? Quali i suoi segreti.
B. de S.: Diciamo che è sempre buona norma igienica inspirare dal naso per due motivi fondamentali: il primo è perché l’aria in entrata, prima di raggiungere la trachea viene “riscaldata” nel transito rino faringeo e quindi non va a raffreddare la gola; ed il secondo, più importante, è che respirando dal naso vi è la certezza che le fosse nasali siano libere e non ostruite. Se così non fosse, si avrebbe allora l’effetto della nasalità della fonazione con una conseguente riduzione degli armonici utilissimi se non fondamentali ad una buona e fisiologica proiezione della voce.

 

A. C.: Un altro segreto che può esserci utile: come si prepara Bruno de Simone prima di una
recita?
B. de S.: Al mattino del giorno di ogni recita faccio un paio di esercizi di respirazione e quattro cinque serie di vocalizzi: è preferibile fare questo al mattino, perché poi, se ben esercitata, la voce risponde molto meglio nel pomeriggio quando comunque uso cantarmi buona parte del mio ruolo.

 

A. C.:  Che vocalità richiede il bel canto? E quindi, parlando di baritoni, un cantante che non sia
Mozartino o Donizettiano, o ancora Rossiniano, quando può dirsi pronto per scegliere e
interpretare un repertorio più lirico?
B. de S.: Il belcanto richiede vocalità “snelle” e che suonino uguali in tutti i registri ed altezze di suono: è solo così che si può ottenere un bel suono che è alla base del “belcanto”. Il problema di oggi è che si passa da un estremo ad un altro e, cioè, da vocalità schiacciate che praticano, ad esempio Rossini, a vocalità larghe che sono ancora il residuo di un modo di cantare appartenuto agli anni ’60 e ’70 in cui si è equivocato il timbro con il colore di una voce e quindi, nella mia corda, ad esempio, si tendeva a scurire artificiosamente il colore quasi che ciò legittimasse a poter accedere ad un repertorio drammatico con risultati discutibili e discontinui. Credo che la scelta di un repertorio dipenda molto dalla tecnica che fino a quel momento hai acquisito, che, a sua volta può essere arricchita ed ampliata dal primo…

 

A. C.:  Il problemi dei baritoni è l’età. La maturazione vocale per un baritono (soprattutto per un
baritono lirico), arriva in età superiore ai trent’anni. Ma attendere i 33/34 anni per
presentarsi ad audizioni o anche concorsi (visto che il limite di età anche per i concorsi
fortunatamente sta salendo) è così sbagliato e poco producente o può essere segno di
intelligenza verso il proprio strumento vocale? Non voglio dire che prima di questa età non
si possano eseguire molti concerti e parti da comprimario per farsi esperienza…, ma non si
può nemmeno eseguire Germont in Traviata o Scarpia in Tosca?
B. de S.: Ho cari colleghi che hanno iniziato in … età matura a studiare canto e, ciò nonostante, sono arrivati ben presto ad intraprendere una carriera eccellente, o, viceversa, ci sono tanti casi in cui si inizia presto, come me, ma che ritengo più rischiosi: la muta della voce si completa sui 27-28 anni, per l’uomo, e sui 25-26 per la donna, circa. Quindi è molto delicato iniziare a cantare ruoli di un certo impegno prima di questo. Direi che non vi è una regola precisa; mi è capitato, in qualcuno dei master-class cui mi dedico talvolta di ascoltare giovani colleghi più che promettenti ma che si erano addirittura diplomati con brani di repertorio assolutamente inadeguato rispetto alle loro caratteristiche, pregi e limiti di quel momento. Dopo aver consigliato loro di affacciarsi ad altro, ne ho constatato i progressi e la maggiore attendibilità. Cioè voglio dire che molte volte… ormai, la scelta di un repertorio viene fatta affidandosi ai limiti tecnici di una voce più che alle sue potenzialità e qualità. Ecco perché nell’arco dello studio ed anche di una carriera bisogna aver a che fare con diversi repertori!

 

A. C.: Lei al termine di una recita in Arena di Verona mi fece una domanda che mi colpì molto,
una domanda intelligentissima che fortunatamente si distingue da tutte le altre che noi
cantanti facciamo dopo una recita al nostro miglior confidente: “Com’è stato il mio
personaggio”? Domanda egregia! Io ora la rivolgo a Lei: Come definisce il suo personaggio
in palcoscenico?
B. de S.:  Ci sono svariate sfaccettature dei personaggi che interpreto e che cerco di valorizzare in egual misura; ma una su tutte ci tengo in particolare che venga fuori ed è l’umanità. Posso riallacciarmi al concetto del buffo: c’è sempre un lato umano in ogni personaggio ma in quelli del buffo, direi, ancor di più, e da/per questo che viene da sorridere, in fondo, perché il nostro carattere è permeato di fragilità ed insicurezza… come chi aggredisce che lo fa essenzialmente per paura…! Ma per fare ciò è indispensabile che pur nello sforzo totale di rendere intelligibile ogni parola, si canti e non si tenda a “parlare” nell’intento di caricare, tentazione che il buon gusto e, ove possibile, il proprio bagaglio culturale dovrebbero tenere alla larga.

 

A. C.: Quanto un baritono come Bruno de Simone dopo circa settanta titoli debuttati, allena la
voce? E se posso, come allena la sua voce o meglio qual è il vocalizzo più adatto per basso
buffo del nostro tempo?
B. de S.:  Ricordo molto bene quello che mi disse Alfredo Kraus con cui ebbi il grande privilegio di cantare: il segreto di una buona e duratura forma vocale è quello di non smettere mai di studiare e, soprattutto, di non considerarsi mai arrivati, ed io aggiungerei che per praticare questo occorre tanta umiltà, dote sempre più desueta… Io cerco di tener fede a questo prezioso consiglio allenandomi spesso. Sui vocalizzi credo che non ce ne siano specifici per ogni categoria vocale ma semplicemente utili o inutili, quando non addirittura dannosi…

 

A. C.:  La lirica di oggi e la lirica di ieri (di qualche anno fa), cosa si sente dire un grande che sta
vivendo questo passaggio a volte drammatico?
B. de S.:  Ritengo questa la domanda più impegnativa di tutte. Non è una sensazione, purtroppo, che ci sia sempre meno voglia di concorrere e gareggiare con le proprie armi e perciò si trascuri sempre più la preparazione constatando i numerosi casi di tanti cantanti che, affidandosi all’uso di armi non … sempre “convenzionali” si presentano ad appuntamenti di ben maggiore impegno rispetto alla propria preparazione. Il dramma è proprio questo, che ci sono tante belle voci ma sfruttate male o anzi tempo da gente di pochi scrupoli: non a caso, sarà molto difficile risalire ad un livello di interpreti quale quello che abbiamo avuto nello scorso decennio, quando i veri grandi avevano dovuto fare una trafila molto dura per arrivare poi ad essere tali.

 

A. C.: Faccio la stessa domanda quasi a tutti i grandi. Vediamo giovani con voci strepitose che
dopo qualche anno di successi dovuti anche all’abbinamento giovane età – voce “grande”,
perdono il loro timbro, sorgono problemi spesso irrisolvibili e, ahimè, si mettono ad
INSEGNARE CANTO. Cosa ne pensa?
B. de S.:  E’ chiaro che diviene un’ esigenza di sopravvivenza rivolgersi alla didattica, se si termina la carriera artistica anzi tempo e, come tale, rispettabile e comprensibile. Non sempre però si riesce a far tesoro della propria esperienza e trasmettere, attraverso i propri errori, opportuni ammonimenti ed insegnamenti che possano beneficiare un giovane alle prime armi: bisogna vedere caso per caso…

 

A. C.: Sbadiglio, palato, sorriso, e chi più ne ha più ne metta, così in due parole se dovesse dire
come si canta, cosa afferma?
B. de S.: Di teoria sul canto lirico e sulla corretta impostazione vocale è stato scritto molto… Garcia in primis! Credo che la respirazione sia il primo tema da approfondire, e poi il conseguente “suono in maschera” , che non richiede particolari sforzi della muscolatura facciale, o della cavità orale, ma è piuttosto legato ad una corretta pronuncia delle vocali e delle consonanti. Ho dedicato molti anni di studio alla ricerca di questo equilibrio, che mi consentisse di cantare senza sforzo, ma permettendo alla voce di sviluppare timbro e sonorità.

 

A. C.: Come costruisce il Suo rapporto con il direttore d’orchestra? Lei ha lavorato e sta
lavorando con i più grandi direttori d’orchestra che naturalmente esigono sempre di più,
oltre che la voce?
B. de S.:  Pur tenendo grande rispetto del direttore d’orchestra, anche quando a dirigermi è una persona amica, uso sempre avere uno scambio di pareri o vedute consono ai differenti ruoli che si occupano. Ho avuto anche significative gratificazioni: a volte, mi è capitato di proporre dettagli musical interpretativi molto diversi da quelli che mi erano stati proposti da grandi bacchette, che poi invece sono stati acquisiti da loro stessi , che si sono anche molto compiaciuti con me!

 

A. C.: Il sogno nel cassetto di Bruno de Simone ancora da realizzare?
B. de S.:  Ci sono vari sogni… Uno su tutti però, che si ritorni a fare musica con lealtà, onestà e professionalità: l’uso di mezzi impropri, ripeto, rischia di macchiare in modo indelebile l’ambiente musicale e teatrale come purtroppo avviene sempre più spesso anche in altri campi. Varrebbe la pena che noi artisti ci riferissimo sempre al pubblico, giudice supremo, anziché cercare alleanze e sostegni pilotati ,talvolta addirittura da agenzie che riescono a condizionare anche il giudizio di critici se loro legati… A parte questo desiderio di ritorno a un’etica… non solo professionale, oltre al continuo ampliamento di repertorio, mi piacerebbe un giorno dirigere un Teatro, dove fare una politica di avvicinamento dei giovani a questa meravigliosa Arte, e di approfondimento di tanti autori, dimostrando che anche con spesa ridotta si può fare ottimo teatro!

 

A. C.:  Una parola per “Concetto Armonico” e per i soci presenti e quelli che si vogliono associare.
B. de S.: Ai cari amici di Concetto Armonico e a chi volesse associarsi, dico innanzi tutto “grazie”!. Questo tipo di iniziative sono fondamentali per sostenere il nostro settore e noi le sentiamo molto vicine, in quanto spontanee e formate da persone libere di giudicare, di esprimere i propri consensi o anche i propri dissensi. Voi avete anche la responsabilità di creare nuovi “adepti” guidandone i gusti ed anche affinando i vostri con confronti continui, comunicando tra di voi. Credo proprio che associarsi voglia dire rendere “attiva” e documentata una passione per una forma espressiva d’arte che, senza sostegni ed interessi adeguati, rischia di passare dalla crisi ad una sorta di agonia. Se assistiamo al proliferarsi di associazioni di appassionati a sport, calcio “in primis”, a maggior ragione dobbiamo auspicare l’incremento di un’associazione come “Concetto Armonico” i cui soci sono legati tra di loro da una passione così nobile come la musica e l’opera che, se condivisa, può senz’altro portare ad un grande arricchimento spirituale e culturale .

Bruono de Simone: Leporello, Arena 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 
03 Settembre 2012 © Concetto Armonico