Mese: Febbraio 2012

Intervista a Silvana Moyso

Silvana Moyso

Andera Castello: Silvana Moyso, come si vuole descrivere in poche parole nel 2012?
Silvana Moyso: In poche parole sento che ho ancora molto da dare. Mi sento un’artista che si è molto preparata, che ha molto studiato e studia ancora, e non mi sono mai sentita arrivata. Vorrei ancora il palcoscenico e mi è stata offerta una Vedova Allegra nel 2013 guarda caso nell’anno dei miei 40 anni di carriera. Ho debuttato protagonista di Puritani il 28 settembre 1973 al Teatro Nuovo di Milano.

A.C.: Con il passare degli anni e quindi con il consolidamento della sua esperienza artistica, quali cambiamenti positivi e negativi, ha notato nel mondo del teatro inteso come organizzazione interna: cast, scelta del repertorio, ecc..?
S.M.: Onestamente non ho notato dei cambiamenti positivi, ma piuttosto un deterioramento dovuto al divulgarsi di incompetenza. Il potere è stato affidato a persone ricche di titoli di studio non inerenti all’arte, che non possono comprendere nulla di canto, teatro e tradizione. Si aggiunge alla lista lo squallore della televisione che ha creato soltanto una gran confusione, proponendo falsi modelli di artisti quasi amatoriali o fai da te. Infine le diseducative trasmissioni dei bambini che scimmiottano gli adulti plagiando gli ascoltatori. Un ennesimo esempio di mezzo di comunicazione usato per creare business sulla pelle altrui.

A.C.: La scelta dell’insegnante di canto è fondamentale anche perché può incidere sul futuro professionale di una persona e, soprattutto, sulla formazione ed educazione della sua corda vocale; quando Lei insegna canto ad un ad un allievo cosa prova e quali domande si pone, data la grande responsabilità?
S.M.: Quando insegno, provo un grande senso di responsabilità, a volte anche troppo materno. Dal primo momento m’immedesimo nelle possibilità della creatura che ho di fronte. Mi chiedo se potrà affrontare il suo futuro con il canto o comunque con la musica. Molto spesso e con la massima delicatezza possibile, cerco di affrontare l’argomento con l’allievo stesso. È necessario che sia consapevole di quello che dovrà sicuramente affrontare oltre lo studio.

A.C.: Molti giovani cantanti debuttano in teatro, magari in un ruolo primario, e subito diventano “artisti affermati” limitando in primis lo studio con il proprio insegnante. Lei come insegnante, ma anche come cantante, che opinione e soprattutto che consiglio ha per questi “cantanti” che magari con un ruolo si credono “arrivati”?
S.M.: L’opinione mia è dimostrata dagli innumerevoli avvenimenti che ho vissuto in questi 40 anni di carriera. La maggior parte degli artisti e dei cantanti che hanno studiato male o troppo poco, non sono sopravvissuti in questa giungla. Potrei fare un elenco di nomi con denaro e conoscenze che avrebbero potuto strapagare maestri disgraziati e agenti assassini. La verità in ogni caso si scolpisce a sipario aperto con ruoli molto impegnativi; l’edificio di conoscenze politiche, soldi e raccomandazioni crolla inesorabilmente.

A.C.: Ricevere dei NO insegna a migliorarsi, a continuare con più tenacia approfondendo i propri limiti e trovare una soluzione anche e soprattutto attraverso lo studio; dire dei NO è segno di responsabilità e professionalità soprattutto quando ci vengono proposti dei ruoli in età prematura per la nostra corda vocale oppure un repertorio che non ci appartiene. Lei come descrive i NO che ha ricevuto (se ci sono stati) e i NO che ha dovuto dire?
S.M.: I “NO” che ho ricevuto riguardavano spesso dei ruoli prima offerti e poi soffiati da raggiri di agenzie e direttori artistici che promettevano senza mantenere. Io ho dovuto dire qualche “NO” in vista di ruoli completamente fuori dalla mia vocalità e dal repertorio. Ho constatato che mi sono stati offerti perché io rifiutassi potendo così affermare “La Moyso non è disponibile”. In una delle tante, un agente rifiutò dieci recite di Traviata nel circolo dei teatri emiliani dicendo che ero impegnata. Venni a conoscenza del fatto soltanto anni dopo.

A.C.: Secondo Lei è fondamentale che un cantante per essere formato “in toto” e quindi iniziare una carriera debba assolutamente saper cantare Bellini, Mozart e Donizzetti?
S.M.: Di “assolutamente” non c’è nulla per iniziare la carriera. Con qualunque ruolo, piccolo o grande che sia, l’importante è continuare a studiare. Sono dell’idea che i tre autori citati nella domanda siano importantissimi, specialmente Bellini. Ha scritto delle arie deliziose dove impari il legato, il fraseggio (il bel canto), e il “Sig.” Recitativo. Non sono dello stesso parere per Mozart, poiché per cantare questo autore con il giusto approccio vocale e di stile è necessario aver già imparato a cantare. Ecco un esempio: l’arietta da camera “Vaga luna” di Bellini la si può cantare nei “primi passi”, ma non è così per “Voi che sapete” o altre arie di Mozart che sembrano innocenti, ma ti mettono con le spalle al muro. Il nostro Gaetano Donizzetti è geniale, e ci propone una vasta gamma di repertorio sul quale condurre i “primi passi”. Dalle arie da camera in napoletano antico per esempio; non siamo obbligati a cercarci dei guai con la Anna Bolena. Vorrei ricordare fieramente il nostro Rossini, semplicemente meraviglioso, ci mette a disposizione “chilometri” di agilità per studiare. Una buona dose di tecnica di virtuosismi fa bene a tutti e insegna a pronunciare. Infine io la amo, la consiglio e non la trascuro, si chiama: “Opera Francese”.

A.C.: Da insegnante di canto, con esperienza in materia e sicuramente una gavetta che ha consolidato le proprie conoscenze, che reazione ha vedendo alcuni giovani cantanti che non giungendo al successo si riciclano come “insegnanti di canto”?
S.M.: Ringrazio per la domanda questa è un’altra nota dolente, anzi un “cluster”. Tutti “insegnano” canto, la maggior parte non sono cantanti, a volte strumentisti e a volte neppure musicisti. Esistono musicologi, giornalisti, semplici ma intestarditi appassionati d’opera che si lanciano in nuove teorie sul canto rovinando molti ragazzi. Bisognerebbe denunciarli, ad ogni angolo ci sono corali guidate da rovinavoci che fanno “lezione” di canto. È un autentico flagello. Altro terreno minato è quello dei foniatri: attenzione a chi si sceglie. Una mia amica li ha chiamati fognatri, poiché infognano il cervello oltre alla voce. Ringrazio Dio e i miei maestri per avermi insegnato veramente bene e tanto. Grazie a una grande scuola non ho avuto bisogno di questi “illustri” fac-simili “maestri”. Un po’ di colpa è anche degli studenti di canto. Dovrebbero cercare referenze sulla persona cui affidano la loro voce, sia sul piano umano che artistico. La prova del nove è uscire dalla lezione di canto con la voglia di cantare e se si è entrati con mal di gola, sentire sollievo dopo aver cantato. Cantare fa bene alla mente e al corpo, non deve mai diventare una sofferenza o un tormento, altrimenti meglio cambiar lavoro o cambiar maestro.

A.C.: Come descrive e soprattutto cosa si può fare secondo Lei, per questa crisi che compromette la cultura del nostro paese, in questo caso la cultura musicale? Vede un futuro per i giovani che vogliono intraprendere questa strada impegnativa e piena di sacrifici?
S.M.: Ne parlo spesso con Eva Mei di questa crisi di cultura musicale. Siamo in pochi che vogliamo combattere. Si possono fare tante cose, ma è sempre una questione di volontariato, tanta fatica e tante parole spese. Credo che i giovani tenaci e di talento riusciranno sempre a farsi una strada. Non credo nelle polemiche, tanto gira e rigira, si passa da una malattia a una crisi a una guerra, insomma la storia ha il suo ritornello. L’unica cantilena che ha sempre suonato incessantemente è l’allegro motivetto del “non ci sono soldi” più raffinatamente detto “ci sono i tagli”. I soldi sono stati orrendamente sprecati e rubati lo sappiamo, e i sacrifici sono sempre stati chiesti alle stesse persone. Su questo punto avrei molto da dire, i miei allievi ne sono al corrente. A proposito di sacrifici: quando si ama una professione come questa, i sacrifici non si sentono poiché mutano in amore.

A.C.: Parlando della Sua carriera: qual è il personaggio che più Le appartiene e quale invece non Le piaceva? Nel secondo caso: come può superare un cantante il dover affrontare una parte adatta alla propria corda vocale ma, inadatta alla propria interpretazione?
S.M.: Il personaggio che ho amato e che amo di più tuttora è Violetta. È il personaggio che mi ha fatto decidere di cantare, le violette sono anche i miei fiori preferiti insieme al profumo. Non mi piaceva e non mi piace tutt’ora il ruolo di Micaela perché amo Carmen. Non mi piace Mimì perché non amo le gatte morte in generale. Preferisco Musetta, e mi fa innervosire Desdemona già leggendo Shakespeare, grande maestro nello scuotere le menti e gli animi. Si può cantare e interpretare anche un personaggio che non si ama, è nostro dovere studiarlo ancora di più proprio perché si fatica a digerirlo psicologicamente. Personalmente ne ho interpretati molti.

A.C.: Cosa della Sua esperienza in teatro e sicuramente dei Suoi sacrifici vuole trasmettere ai Suoi allievi?
S.M.: Voglio trasmettere una cosa soltanto: amare la strada che si è scelta incondizionatamente, non cedere mai, così i sacrifici non pesano. Fare un passo alla volta e non guardare la cima della montagna.

A.C.: Alcuni insegnanti di canto presso i conservatori a volte confondono la vera identità vocale dell’allievo oppure, nel peggiore dei casi, al primo acuto ben fatto del giovane studente, impongono di studiare parti (arie addirittura ruoli) che potrebbero compromettere la “salute” della corda vocale, essendo adatte ad una voce più matura e con una tecnica ben consolidata. Come insegnante di conservatorio quali consigli si sente di dire a questi colleghi che, ultimamente troppo spesso rovinano la voce del giovane?
S.M.: Il tempo in conservatorio è poco, ma consiglio ai miei colleghi di insistere sulla tecnica con grande pazienza e successivamente sull’eccellenza delle esecuzioni. Come sempre non si può fare un regola per tutti, io mi adeguo persona per persona, è qui che entrano in gioco le capacità psicologiche dell’insegnante di canto. La cosa più difficile e più importante è riconoscere la vocalità dell’allievo per poter assegnare un repertorio. Molto difficile, perché oggi gli allievi arrivano spesso e volentieri con un repertorio e le loro idee, “freschi di YouTube” o armati di mp3 e cuffiette. Quasi tutti hanno difficoltà col solfeggio e le idee confuse, balzano da “O sole mio” a Turandot. Purtroppo in conservatorio le ore dedicate al canto sono pochissime. Abbiamo dodici ore la settimana per dodici allievi e occorrerebbero almeno due ore per allievo alla settimana, ma questo passa il convento da Roma. Ci sono stati tempi in cui avevamo fino a sedici allievi per classe. Ora con il triennio i ragazzi sono sconvolti da giornate e pomeriggi interi dedicati ad altre discipline. Il discorso sarebbe lungo, complicato e delicato. Ci vorrebbero anni di vocalizzi e di studi calmi e accurati, in modo da abituare lo strumento senza stress ad affrontare la resistenza necessaria. Pensate alle ballerine, non cominciano dalle punte, nemmeno i pianisti cominciano da Rachmaninoff, e così via. Questo è il mio pensiero, ma in conservatorio manca il tempo per un accurato e calmo lavoro minuzioso. I programmi sono pesanti, ed estenuanti soprattutto con il nuovo ordinamento. Credo che dall’alto dell’ignoranza collettiva si sia voluto livellare tutto, ricordo la storica risposta “Ma di lavoro cosa fai?” alla ben nota affermazione “Io sono un cantante lirico”.

A.C.: Quali sono i suoi prossimi impegni?
S.M.: Continuerò a studiare per mantenermi in forma per poter fare degli esempi vocali di buon livello ai miei studenti. Il canto è psicologia e imitazione. Finché potrò non c’è miglior scuola che sentire cantar bene, intonati, con un bel fraseggio e con una sentita interpretazione di alto livello artistico. Altri impegni sono concerti, master e la mia preparazione per la futura Vedova Allegra che più che allegra sarà “matura”.

 

Silvana Moyso

Silvana Moyso ha studiato con Bettina Lupo ed ha completato gli studi musicali al conservatorio di Torino con il massimo dei voti. Successivamente, si è perfezionata per tre anni a Milano con Elvira Rodriguez de Hidalgo (maestra della Callas). Ha vinto numerosi concorsi nazionali e internazionali, ricordiamo: ENAL di Palermo 1972, ASLICO-Spoleto 1973, primo assoluto internazionale Peschiera del Garda(1973 voci pucciniane), Viotti 1973 primo premio internazionale, RAI-TV 1974 (Voci liriche dal mondo) primo premio internazionale quale specialista per la musica francese, Genova 1975 “Voci nuove per la lirica” primo premio.
Ha debuttato protagonista ne “I Puritani” di Bellini al Teatro Nuovo di Milano diretta da Bruno Rigacci il 28 settembre 1973. Da allora ha cantato ruoli da protagonista debuttando in oltre settanta opere nei più prestigiosi enti lirici italiani ed europei: Teatro Verdi di Parma “Bohéme” ’74 dir. Masini, Regio di Torino “Carmen” dir. Maag ’75-’76, Regio Di Torino Fauré e Debussy dir. A. Gavazzeni, (attività protratta fino alla recente “Vedova allegra” diretta da Peter Maag).Ricordiamo inoltre la “Bohéme” dir. Rinaldi ’75-’76 all’Opera di Roma, al Teatro di Bordeaux “Italiana in Algeri”,nel ’75-’76 la Scala di Milano con“Le vin herbé” dir. Müller ‘77, lo Sferisterio di Macerata con “Assassinio nella cattedrale” dir. Masini ‘78, Amsterdam e Rotterdam “La traviata” ’79 (tourneé di 30 recite in Germania), San Carlo di Napoli e Verdi di Trieste “Cenerentola” dir. Ferro ‘80-‘82,la Deustche Opera di Berlino con la “Bohéme” dir. Patané ‘82, ICC di Berlino “La traviata” dir, Guadagno ’82, Opera di Montecarlo “Anna Bolena” ‘86; inoltre fra i ruoli più noti ricordiamo “Trovatore” “Pagliacci” e “Tosca” nei grandi teatri di tradizione. Ha cantato sotto la guida di illustri maestri tra cui ricordiamo da G. Gavazzeni, Molinari Pradelli,Peter Maag, Maurizio Arena, Ferro, Rivoli, Chailly fino a Daniel Oren. Ha inciso per la RAI-TV Italiana, Svizzera, Tedesca, Francese e per la Fonit Cetra. Per oltre 10 anni ha cantato in duo, recitals con il maestro Roberto Cognazzo in Italia ed Europa. Vastissimo il repertorio di musica da camera e sacra preparato ed eseguito nelle lingue originali. Interprete eccellente di operetta al Verdi di Trieste in“Scugnizza”, “Vedova allegra” regia di Gino Landi trasmesse dalla TV Italiana. È stata insignita di numerose onorificenze tra cui ricordiamo “Il chiostro d’argento” Catania (’88) con S. Gazzelloni e A. Protti.
Attualmente ricopre la cattedra di canto al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino e collabora nell’insegnamento con illustri colleghi quali, Mirella Freni, Alessandro Corbelli ed Eva Mei.
Giorgio Gualerzi su “L’opera” (febbraio 2000 n. 137) l’ha ricordata tra le migliori vocaliste del Belcanto-Renaissance. Rodolfo Celletti, recensendo un suo disco, ha affermato che i cantanti piemontesi sono pochi, ma se non ci fossero bisognerebbe inventarli.

 

Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 
16 febbraio 2012 © Concetto Armonico
 

Sherman Lowe

Sherman Lowe, Insegnante di canto

 

Sherman Lowe

Biografia

L’insegnante di canto, SHERMAN LOWE si è laureato alla North Carolina School of the Performing Arts, Università di North Carolina nel 1974. Ha continuato i suoi studi all’Accademia Chigiana a Siena e alla Hochschule Mozarteum a Salisburgo. Nel 1979 si è trasferito a New York City dove ha studiato con i più rinominati insegnanti a New York fra cui Daniel Ferro, Armen Boyajian, Shirlee Emmons e Leyna Gabriele. Dopo di che si è perfezionato nel repertorio di basso baritono in Europa con Hans Hotter, Walter Berry, Simon Estes, Kim Borg, Licia Albanese e Geoffrey Parsons. Ha vinto concorsi importanti sia negli Stati Uniti che in Europa. Ha cantato in numerosi teatri e sale da concerto nel Nord America ed in Europa, collaborando con i più noti direttori d’orchestra e cantanti.

Studioso della ricerca vocale, ha vinto un premio della prestigiosa Fulbright Foundation nel 1993 e 1994 per approfondire le sue ricerche vocali in Italia. Ora abita ed insegna a Venezia. È molto richiesto ai congressi internazonali sul canto e ha pubblicato articoli sul tema. Il suo studio è un “melting pot” internazionale di cantanti, molti dei quali cantano nei più grandi teatri del mondo.

Simona Gubello

Simona Gubello, Soprano Lirico Leggero di Coloratura

 

Simona Gubello

 

Voce cristallina ma al tempo stesso brunita nel registro grave: dotata di ampia estensione, facili picchettati e elegante fraseggio. Particolarmente adatta al repertorio barocco e contemporaneo, con ottimi risultati però anche in quello belliniano e donizettiano.
E’ stata docente di canto per circa un decennio in varie associazioni culturali e scuole italiane. Per altrettanti anni ha svolto l’attività di Artista del Coro di Lecce presso il Teatro di tradizione Politeama Greco. Vanta numerose collaborazioni con ensemble cameristici e svariate esecuzioni con orchestra sia nel repertorio operistico che in quello sacro.

Biografia

Si avvicina alla musica studiando il pianoforte che prosegue fino al compimento inferiore, in seguito presso il Conservatorio “Tito Schipa” in Lecce si diplomerà in Canto Lirico, Musica vocale da camera e si laureerà in Discipline Musicali: Canto solistico.
Parallelamente si laurea con lode in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti in Lecce.
Si è formata con i Maestri: Amelia Felle, Sherman Lowe e Michael Aspinal. Ha frequentato masters di tecnica vocale, interpretazione e regia. Oltre ai docenti già citati ha studiato anche con Luciana Serra, Renato Bruson, Mirella Freni, Cristina Pastorello, Mauro Trombetta, Lior Shambadal, Aldo Tarabella, Donato Renzetti.
Ha Frequentato l’Accademia “Paolo Grassi” annessa al Festival della Valle d’ Itria al quale ha partecipato alla stagione concertistica della XX ed.
Svolge intensa attività concertistica su tutto il territorio internazionale tant’è che il suo nome compare spesso nei cartelloni di Festivals, Stagioni concertistiche ecc.
Ha cantato in vari teatri, sale da concerto e ambasciate in Italia, Albania, Germania, Serbia, Montenegro, Francia, Portogallo e Corea riscuotendo lusinghieri consensi di pubblico e di critica.
Vincitrice di numerosi concorsi lirici e cameristici, ha ottenuto significativi riconoscimenti e borse di studio. Il suo repertorio si estende dalla musica barocca a quella contemporanea, passando dall’opera lirica alla musica vocale da camera e sacra.
Ha cantato nelle opere: “Suor Angelica”(suora novizia) di Puccini, “Le nozze di Figaro” (Susanna) di Mozart, “Catone in Utica” (Arbace) di Duni, “Il trionfo dell’onore” (Cornelia) di Scarlatti, “Ottocento” (Araldo, Pietra) di Libetta, “El retablo de Maese Pedro” (el trujaman) di De Falla.
E’ stata diretta dai Maestri: C. Palleschi, M. Brescia, S. Biro, G. Pelliccia,V. De Giorgi, V. Paternoster, V. Liturri, L. Shambadal.

 

Contatti
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Madama Butterfly a Roma

Grande ritorno al Teatro dell’ Opera di Roma di Daniela Dessi’ in Madama Butterfly.

In un nuovo allestimento per la regia di Giorgio Ferrara, Daniela Dessì sarà protagonista della grande opera pucciniana dal 21 febbraio con repliche il 23, 25 e 28.
Diretta dal Maestro Pinchas Steinberg, il soprano ritorna al Teatro dell’Opera di Roma, che l’ha vista in grandi successi e dove la sua passione per il canto ed il teatro ebbe inizio.
Daniela Dessì è considerata interprete di riferimento pucciniana.
Vincitrice del premio Giacomo Puccini per l’interpretazione del ruolo di Cho Cho San che ha portato nei teatri più importanti del mondo, quali Firenze, Verona, Tokyo, Nagasaky, Kobe, New York, Madrid, Milano, Palermo, Ancona, Torre del lago, Hannover, Belgrado, San Francisco e Vienna.
Il prossimo appuntamento con Daniela Dessì e Madama Butterfly è per il prossimo mese di settembre al Teatro Massimo di Palermo.

 

Il medico della voce artistica

Approccio umanistico e tecnica specialistica devono incontrarsi continuamente

di Alfonso Gianluca Gucciardo


In un’èra in cui il rapporto medico-paziente si è, sempre più, contrattualizzato è difficile proporre nuovamente l’empatia nella relazione bidirezionale tra sanitario e assistito.
È, però, dimostrato che il malato/cliente desidera/desidererebbe avere con il sanitario un rapporto di confidenza e di reciprocità di ajuto che meriti la (e si fondi sulla) fiducia.
L’artista non è, in genere, assimilabile all’utente comune: va oltre gli schemi grazie anche alla speciale intelligenza e alle intuizioni; segue più le sensazioni, le emozioni e il cuore che non le regole della maggioranza e vuole un sanitario “all’antica” cui presentare non l’elenco dei sintomi perché sia tradotto in parole e prescrizioni ma il suo essere fragile e insieme forte.
L’artista vuole un medico deciso ma non falso.
Artista e medico sono troppo simili e, paradossalmente, differenti per non capirsi, cercarsi, legarsi, amarsi. Forse è per questo che da sempre tanti clinici sono stati grandi poeti, letterati, musicisti: la memoria va, per esempio, al grande Maestro Sinopoli.
L’artista cerca il dottore che sappia prendersi cura di lui e quindi, contestualmente, curarlo. In cambio gli offre fiducia e stima ma soprattutto la sua arte sincera, viva, vibrante. Il più delle volte, del resto, presso il clinico dell’arte vocale si recano individui che non hanno né patologie oggettivabili né psicopatologie eppure hanno disfonie singolari. Sono la maggioranza dei nostri utenti; in essi soltanto un medico colto, sensibile, paziente e attento può centrare l’obiettivo di curare qualcosa che non c’è nell’evidenza anche se con altrettanta evidenza è, paradossalmente, invece, presente.
Non si può visitare frettolosamente, in pochi minuti: spesso non basta un’ora intera per decriptare il soggetto che ci si offre attraverso la sua voce (attori, cantanti), il suo movimento performativo (cantanti-ballerini) o la sua obiettività anatomica spesso incredibilmente intatta.
L’artista desidera clinici che colgano il suo sentire, le sue emozioni così intr-usive e talora ab-usive, medici che comprendano l’oggettivamente incomprensibile: per esempio, come dietro a una difficoltà nel realizzare un filato possa anche nascondersi la paura, il senso di solitudine, la ferita del padre assente o della madre soffocante, la tragedia del “non esistere” all’interno della propria famiglia mentre per tutti si è “familiari”.
È molto difficile, però, operare in tal senso: significa mettersi continuamente in discussione, voler guardare dentro (in-tueri =intus-ire =in-tu-ire)1, entrare nelle problematiche e non soltanto demandarne la gestione ad altri; significa, per il medico, vivere di arte facendo della propria attività un’arte che coniughi le arti.
Si scopre soltanto così quanto complesso sia il mondo dei performers, che troppi dicono di conoscere e di essere capaci di gestire (quanti sono i medici e i riabilitatori che, almeno in Italia, si professano «specializzati per gli artisti»!?); si scopre soltanto così come essi siano spesso in equilibrî globali instabili, come vogliano e insieme non vogliano essere scoperti, come amino che li si aduli ma, nel frattempo, come desiderino – indipendentemente dal loro sesso morfo- e/o psicotipico – presenze forti e maschili nella loro vita sovente priva proprio di queste esperienze. Si troverà anche quanto sia rischioso lavorare in tal direzione: ci si espone così tanto che, alla fine, si può essere anche trascinati nella depressione più scura o in dinamiche di esaltazione, innamoramento, attaccamento o in entrambe le situazioni, tutte difficili da gestire serenamente.
Forse per questo è molto più difficile essere medico piuttosto che farlo.
Il cliente, in quanto uomo, è finanche troppo complesso e miracolosamente unico perché si pensi che a gestirne l’integrità possano essere prescrizioni studiate in base a medie e statistiche, quand’anche serie e degne di attenzione. Esistono, del resto, lacune grandi nel mondo dell’Evidence Based Medicine: per esempio il non volersi rendere conto – ma per fortuna le cose stanno cambiando – che molte delle cosiddette medicine alternative o complementari, in realtà, hanno effetti e risultati ottimali quanto o più delle cosiddette tradizionali.
L’artista non chiede le prove di efficacia di un farmaco ma che il sanitario lo curi davvero, in scienza e coscienza; vuole un mago che lo seduca, lo incanti, lo ammalii, lo affranchi dal peso dell’esserci e lo riporti alla serenità dell’eden verso cui, spesso, l’arte non è che via di transito e che l’arte incarna in sé.
Curare in scienza e coscienza. L’artista desidera che ci si prenda cura di lui con onestà, complicità e caparbietà perché è difficile lavorare con e per lui. Bisogna essere perspicaci, intuitivi e, appunto, caparbî. Non è, per esempio, per nulla facile (o, anche in tal caso, del tutto dimostrabile stroboscopicamente o spettrograficamente) individuare, “carpire”, quali connessioni intime, esulanti appunto dall’EBM ma verissime, possano esistere tra patologie cordali aspecifiche e patologie uterine.
L’EBM non riesce a venire in ajuto per spiegare questa connessione ma neanche, tra l’altro, o almeno non del tutto, come soggetti con disfonie soffiate soltanto in certi momenti del giorno, senza danni organici e senza giustificazioni ambientali o di altra natura (cause psicotipiche comprese), tornino d’emblée a non accusare alcun problema quando il vocojatra li tocchi (non li manipoli, li contatti o li massaggi ma li tocchi).
Il toccare in medicina sfugge alle regole e alle logiche dell’evidenza eppure è taumaturgico in molti più casi di quelli immaginabili. Bisogna, forse, cambiare, metaforicamente, le lenti dei proprî occhiali. La medicina senza l’uomo è medicina senza colonna vertebrale. Toccare una persona con sensibilità e tatto – con il suo consenso e nel rispetto della prossemica personale e gruppale nonché filogenetica – è, soprattutto per l’artista, motivo di auto-riconoscimento, manovra che autorizza il “vedersi” e il “sentirsi” in quanto essere sessuale (nell’accezione vera) attraverso il contatto dell’altro.
In questa società del terzo millennio nella quale spesso si vive nascondendosi dietro maschere che ci ajutino soprattutto a impedire a noi stessi che l’inconscio e le rimozioni riaffiorino, essere toccati è sì un rischio di scatenamento di dis-equilibrî ma, se ajutati da un clinico (tutti dovrebbero essere formati a ciò), può liberare/libertificare il soggetto che non sceglierà più l’arte come fuga, come oppio o anestetico ma come vita, luogo della serenità possibile, regno della gioja.

 

1 Intuire: ‘guardare dentro’ (in-tueri), ‘andare dentro’ (intus-ire), ‘adire il tu’ (in-tu-ire). Talvolta, prima che una EBM, evidence based medicine (acronimo che rimanda al concetto di medicina fondata su dati oggettivi e ripetibili; nel mondo occidentale, l’unica considerata galilejanamente valida e deontologicamente corretta sì da poter essere usata sui pazienti), servirebbe proprio una IBM, una intuition based medicine, una ‘medicina fondata sull’intuito’.

 

Bibliografia essenziale
Il testo è parte del lavoro:
Gucciardo A. G., Quale medico per l’artista della voce. Nella e oltre la Evidence Based Medicine, in: F. Fussi (ed.), La voce del cantante – VI volume, Omega Edizioni, Torino 2010, 229-233.
Si rimanda anche a:
Gucciardo A. G., Voce e sessualità, Omega, Torino 2007
Gucciardo A. G., Toccare e contattare in medicina della voce. Prossemica ed empatia, guarigione e trauma in foniatria e logopedia, Libreria Cortina, Torino 2010

 

Medico specialista in voce artistica, Alfonso Gianluca Gucciardo, fondatore del CEIMArs (Centro italiano interdisciplinare di Medicina dell’Arte) e Membro Associato della Faculty of 1000 (settore Vocologia), è docente di “Medicina dell’Arte” in Conservatorio e ha accreditamenti in Italia e all’estero.
Per lui, la medicina dell’arte, disciplina che in Italia è ancora orfana di una Scuola specifica, non è soltanto il “corrispettivo” della medicina dello sport pensata per gli artisti, ma anche e soprattutto l’arte di quei medici che, da clinici e insieme umanisti, sappiano affiancarsi all’artista di qualsiasi disciplina (danza, canto, musica, circo etc) con il fine di aiutarlo nella crescita fisica, psicologica e globale.

 

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