Intervista a Roberto Scandiuzzi

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Roberto Scandiuzzi

Andrea Castello: Roberto Scandiuzzi: “basso nobile”, così come viene definito da molti critici e appassionati di Opera lirica. In cosa consiste la sua nobiltà vocale? Spontanea o costruita?
Roberto Scandiuzzi: Ritengo arrivi dall’educazione data al mio uso vocale, alla mia linea di canto e dal colore della voce e dalla particolarità degli armonici, nati con me ma curati minuziosamente nello sviluppo.

 

A. C.: Rotondità perfetta del suono, colore, ma anche espressione assoluta della drammaturgia del testo e quindi del personaggio che si vuole interpretare. Tutti elementi che la distinguono in palcoscenico. Come acquisire queste caratteristiche?
R. S.: Leggendo quello che è scritto, lavorando con un buion orecchio esterno che ti “insegna ad ascoltarti” e… ne va popi del gusto e della sensibilità meglio se supportati da una buona cultura personale.

 

 

A. C.: Quale consiglio da ai giovani interpreti che si apprestano ad avviarsi verso la carriera del cantante e che devono interpretare un personaggio CREDIBILE in palcoscenico?
R. S.: Il consiglio va sempre dato al singolo in base alle sue conoscenze… dispensare luoghi comuni serve a poco e non aiuta. Non è la prima volta che mi capita uno studente con cultura e personalità evoluta e li il confronto può essere di reciproca utilità!!!

 

A. C.: Credo che Verdi sia il suo compositore prediletto, anche forse per il suo modo di comporre musica spesso drammatico, incisivo e maestoso. Quindi, a questo punto, mi viene da chiederle: come definisce la scrittura Verdiana, soprattutto dei personaggi da lei interpretati? Qual è l’elemento aggiuntivo o gli elementi aggiuntivi, che servono per interpretare un ruolo Verdiano?
R. S.: Verdi non me ne voglia, l’autore che preferisco è Mozart ma il mio strumento vocale, per le esigenze/gusto odierni, è più facilmente/preferibilmente adattabile a Verdi per quello che riguarda il repertorio italiano. La scrittura verdiana, per ciò che riguarda la mia corda avrebbe diverse possibilità di definizione, dal primo Verdi a quello più maturo abbiamo un excursus stilistico/vocale rilevante quindi direi che, più che dar definizioni della scrittura verdiana, preferisco asserire che il mio colore e la mia estensione sono più  adatti a quello che viene definito Verdi maturo, in cui Verdi aveva meglio definito la tessitura della voce del basso senza stiracchiarla ibridamente verso il baritono, corda che Verdi gestiva molto meglio per i conosciuti motivi.

 

A. C.: Banquo in Macbeth, Philippe II in Don Carlo o, ancora, Zaccaria in Nabucco e Fiesco in Simon Boccanegra: ruoli primari e che richiedono particolare preparazione e particolari doti vocali che possiamo ascoltare dalla sua voce possente. Eseguire questi ruoli in giovane età, come dai 20 ai 33/34 anni, segno di vero talento, impegno, passione musicale o segno di poca responsabilità verso il proprio strumento vocale?
R. S.: Fermo fermo… non pensare che Ferrando o Sparafucile, se canti come Verdi prevede, possan esser fatti alla Sans Faccon… alla Carlona… nemmeno il Re in Aida può essere cantato bene se non si sa cosa sian accento nel fraseggio e legato!! I ruoli che hai elencato sopra, fatti nel circondario dei miei trent’anni, son stati frutto di uno studiato collage, per alcuni contava un bisogno di energie fresche per arrivar in fondo ed altri… come dire… eran li… pronti… bisognava cominciar a capirli mettendoli in atto. Considera che per metodo, ogni ruolo andava, e va tutt’ora, preso e lavorato alcuni giorni, lasciato riposare settimane e poi ripreso con lo stesso ritmo. Ho sempre avuto bisogno di un anno come minimo per dirigere un ruolo. Quindi anche i più difficili, all’epoca dei Verd’anni miei, potevo contare su un “ragionamento” di mesi e mesi prima di portar un ruolo in palcoscenico.

 

A. C.: Quando un cantante può definirsi come: “Bel Cantista”, Verdiano o Pucciniano?
R. S.: La definizione di appartenenza di una voce ad uno “stile” viene determinato ovviamente dalla capacità di detto strumento (spesso del cervello guida di detto strumento) di attenersi alla linea prevista dall’autore.

…Detto questo, esiste secondo Lei un cantante che può fare “tutto” dal bel canto al verismo? Esiste uno sportivo, un pittore che possa eccellere su qualunque disciplina/stile? … Personalmente  ritengo di no ed il non considerare le proprie doti ed i propri limiti è segno di sconsideratezza spesso avvolta da strati di presunzione. Certo oggi ci sono mille mezzi tecnici a sostegno e questa dà l’illusione di essere capaci di tutto ma…

 

A. C.: Una domanda che faccio a tutti i grandi da me intervistati: un giovane diplomato in canto al conservatorio o comunque un giovane cha abbia avuto la fortuna di interpretare dei ruoli primari in teatro (dai 20 ai 35 anni), può permettersi di insegnare canto o mancano dei tasselli ben importanti come, citandone uno, l’esperienza in gergo chiamata GAVETTA?
R. S.: Ho assistito a lezioni di vecchie glorie infarcite di nozioni incomprensibili e peggio esposte, e vedo studenti preparati e ben guidati da persone dalla carriera semplice ma con grande chiarezza di metodo e capacitò di docenza… Insegnare non è capacità che si acquisisce perché si conosce un’arte, fior d’artisti fan le cose “meccanicamente” per merito di chi gliele ha solidamente inculcate.  Per insegnare, prima della grandezza del proprio “nome” serve la verifica della propria capacità di infondere un metodo che porti al piacere di esprimersi con la propria arte… Bignami: capire se si è capaci di insegnare, meglio passeggiare in riva al lago che far danni!!! … Presunzione del sapere e bla bla bla arrivan gratis da ogni parte.

 

A. C.: Cosa significa per lei avere responsabilità del proprio strumento vocale?
R. S.: Arrivarci sani dopo … per ora … 34 anni di palcoscenico.

 

A. C.: Allenamento quotidiano della voce: eccessivo o giusto?
R. S.: Utile ma soggettivo.

 

A. C.: Qual è secondo lei il miglior allenamento vocale, inteso come vocalizzo ed esercizio respiratorio, da svolgere metodicamente per un cantante?
R. S.: Anche qui soggettivo e va rigorosamente capito man mano che uno strumento matura e poi non tutti i cavalli possono essere ferrati allo stesso modo!!!

 

A. C.: Una domanda prettamente tecnica. La sua voce è stata sempre definita come: ricca di rotondità, armonici, proiezione, insomma ritorniamo ancora alla prima domanda sulla sua “nobiltà espressiva”; secondo Lei il suono dove lo si deve collocare e come si deve preparare nel proprio corpo?
R. S.: Bisogna capire com’è costruito lo strumento che ci si trova davanti… La sagoma per i violini è generalmente unica ma ciò che lo distinguerà viene poi dal studiarlo, lavorarlo e capire le particolarità che ha nei sui legni, per come risponde il timbro nelle verniciature … ehhhhhhh a voglia le cose che ci sono da capire prima di dire “è così e basta”…

 

A. C.: Come prepara i suoi eroi operistici e qual è il personaggio in cui Roberto Scandiuzzi si sente più coinvolto e, naturalmente, perché?
R. S.: Come ho anticipato in un punto precedente: per metodo, ogni ruolo andava, e va tuttora, preso e lavorato alcuni giorni, lasciato riposare settimane e ripreso con lo stesso ritmo finché non si è certi che lo strumento ed il cervello lo hanno assimilato e sono in grado di disegnarlo senza mettere a nudo sforzi, smorfie, atteggiamenti circensi. Non secondo per importanza: leggere ciò che descrive il momento storico, meglio ancora se offre dati del personaggio stesso.
Insomma leggere e visitare siti e ritratti per conoscere ciò che è vero quindi essere più convincenti nel raccontare “la favola”. Anche se oggi capita spesso di dover accettare deformazioni visive e storiche volute dai creatori degli allestimenti che infrangono queste fatiche… ma un ruolo nutrito di conoscenza porta sempre a risultati di maggior rispetto.

 

A. C.: Scala, Metropolitan, Covent Garden, Opera Bastille di Parigi, solo alcuni dei tanti teatri ove lei ha potuto cantare e dove sicuramente potremo risentirla in futuro. Come un cantante si deve preparare a questi grandi teatri? Curioso è poter sapere il prima, il durante ed il dopo, anche come preparazione rivolta ai cantanti che per la prima volta dovessero cantare in questi importanti teatri del mondo.
R. S.: Direi che ad ogni pubblico si porta ciò che si sa fare… il pubblico di un paese non ha miglior diritti o minor meriti di un altro… se si è graditi in un paese non è detto che si sia graditi in un altro, quindi contare su una solida conoscenza professionale e “nuotare ogni sera” dando il meglio possibile… dar campo a tensione e timore per “quel” palcoscenico vuol dire perder la necessaria lucidità per provar a dire il meglio che si ha in quella serata, sapere che non si è macchine e che nemmeno Gesù  Cristo li ha accontentati tutti e fare con coscienza il proprio lavoro.

 

A. C.: Come è cambiato il pubblico dell’opera dagli anni ’80 ad adesso? 
R. S.: TOTALMENTE

 

A. C.: Siamo nel 2012: millennio della tecnologia o meglio super tecnologia avanzata, viaggi spaziali, comfort, l’era dell’I-phone, I-pod, e tutti gli altri “I” possibili. Ma la cultura, in questo caso la cultura del Teatro e della dea Musica, vede sempre meno il sostegno da parte dei “grandi” (se così si possono definire) che detengono il potere, anzi molti affermano in termini grossolani che “la cultura non da mangiare”. Cosa ne pensa in merito?
R. S.: Penso quello che pensano tutti… che se opportunamente impiegata la cultura è una fonte di grande reddito per siti archeologici, musei, biblioteche e quindi anche per i teatri… a voglia… noi siam praticamente un giardino di cultura a volerla e saperla gestire. Ma non mi pare di dire nulla di nuovo.
Ovvio che bisogna saper di cosa si parla per saperlo gestire, il pericolo del malato è il medico non preparato.

 

A. C.: E’ diventato un alibi usare la parola “crisi” per non sostenerla, forse perché un popolo colto può essere pericoloso verso le Istituzioni?
R. S.: Mah… non andrei così sottilmente lontano.
La crisi è davanti ai nostri occhi e quando manca il lavoro la gente non ha voglia ed energie per permettersi svaghi e cultura… quindi un giustificativo lo concedo ma, direi che il problema vero è che si vuol far camminare la macchina con una benzina meno adatta.
Si sacrifica volentieri la qualità del prodotto (palcoscenico) per avere quanto basta per tenere in piedi tutti “gli accessori” della macchina… così pian piano chi si ferma è il motore!!!

 

A. C.: Come possiamo uscire da questo tunnel che ci viene quasi imposto?
R. S.: Curando la qualità vera del prodotto, avendo coraggio di combinare il conduttore della macchina se colpevole di incombenza gestionale peggio se di cattivo uso o sperpero. Non dovrebbe essere così difficile… se ci rendiamo conto che un prodotto vale poco  e non lo mangiamo volentieri, perché dobbiamo accontentarci di far scorpacciate di pseudo opera o parodie della stessa quando con uguale spesa possiamo permetterci un prodotto d’eccezione ma con meno fiocchi inutili.

 

A. C.: Roberto Scandiuzzi: ha un sogno nel cassetto che riguarda la musica e che vorrebbe diventasse realtà? Se si, si può sapere quale?
R. S.:  ANCORA SOGNI !!?? NO, NO, MI SON FELICEMENTE SVEGLIATO DA UN PEZZO !!!
A. C.: Una parola per “Concetto Armonico” e tutte le persone che intendono associarsi per sostenerci e per sostenere la cultura.
R. S.: Seguite Concetto Armonico, lodatelo se vi offre ciò per cui è nato o pizzicatelo se si allontana dal suo concetto originale!!! è il modo migliore per aiutar a crescere un’attività culturale.

 

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Intervista di Andrea Castello, Presidente dell’associazione Concetto Armonico. 15 Novembre 2012 © Concetto Armonico